Il Giudizio Cattolico

Ama la verità; mostrati qual sei, e senza infingimenti e senza paure e senza riguardi.
E se la vita ti costa la persecuzione, e tu accettala; e se il tormento, e tu sopportalo.
E se per la verità dovessi sacrificare te stesso e la tua vita, e tu sii forte nel sacrificio.
San Giuseppe Moscati

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Interrogativi inquietanti sulla Chiesa odierna



«Chissà se in Vaticano hanno valutato fino in fondo l’impatto della foto di Papa Francesco e del predecessore Benedetto XVI dentro le Sacre Mura. Chissà se hanno calcolato il senso di disorientamento che il loro apparire, fianco a fianco, può creare nella comunità cattolica, e non solo. La novità plurisecolare ha già preso in contropiede il cerimoniale. Ma anche quando si chiede un’impressione a ecclesiastici di rango, dietro la laconicità emerge un imbarazzo palpabile».


Con queste parole inizia l’articolo sul Corriere della Sera di oggi 4 maggio 2013 di Massimo Franco. Massimo Franco da tempo ormai ha iniziato a occuparsi della Santa Sede, quasi fosse un vaticanista. E lo fa nello stesso stile con cui si occupa delle vicende politiche italiane: le sue “fotografie della situazione”, nella loro lapalissiana evidenza, che può apparire banale a prima vista, costituiscono in realtà una sempre intelligente spiegazione della realtà attuale e realistica prospettiva delle possibili future conseguenze. Con una differenza: che quando parla della Chiesa, il tono, pur mantenendo sempre l’eleganza la sobrietà di un eminente opinionista del CdS, diventa impercettibilmente più sardonico, meno accomodante, e le conclusioni più pessimistiche: come dire, sobrio sì, ma sempre espressione della laicità nazionale.

Questa volta però occorre dire che i toni di Franco non sono sardonici, ma realistici tout court, e in fondo quasi “preoccupati”. Sì, “preoccupati” è la parola esatta, come quel “e non solo” lascia intendere. Perché perfino ai laici del CdS, ai “non amici” della Chiesa, perfino a chi della Chiesa non si sente figlio, non può sfuggire la devastante sensazione che si prova a vedere due papi che si parlano in Vaticano.

Non è solo questione che ciò non è mai avvenuto: molte cose che avvengono non erano mai avvenute prima. Ad esempio, Giovanni Paolo II detiene una specie di record di cose mai avvenute prima che egli ha fatto avvenire: dall’incontro di Assisi per scendere fino allo “scambio di battesimo” con gli stregoni africani, al bacio del Corano, al rapporto scenico con le folle immense, ecc., ma, per quanto dirompenti, si è riusciti in parte a gestirle e a farle rientrare infine in una sorta di “innovazione normalizzata”.

Ma questa volta, con questa innovazione, a cui si tenta di non dare peso, che si tenta di “far decantare” con il sorriso di circostanza, la situazione è differente, e tutti, nel profondo della personale onestà intellettuale, lo sentono: questa è una di quelle circostanze che lasciano il segno per sempre, che cambiano la storia. Quella foto di due papi che si parlano, entrambi vestiti di bianco (quasi si trattasse di uno sdoppiamento della vista), rimane qualcosa di sconvolgente, che lascia un amaro in bocca, o, almeno, una perplessità che solo gli ipocriti e i superficiali possono negare.

Così è anzitutto per gli stessi ecclesiastici vaticani. «Un capolavoro di laconicità curiale» definisce il loro comportamento Massimo Franco: e ha ragione. Del resto, questa volta, non ce la possiamo prendere con loro. Essi stessi sono vittime di quanto sta accadendo, essi stessi vivono qualcosa che fino a tre mesi fa era inimmaginabile. E la responsabilità di tutto questo, occorre dirlo per onestà, non è loro, non è neanche di Papa Francesco, ma è di colui che ha rinunciato, e di nessun altro, sebbene sia fuori discussione la sua buona fede e occorra tener presente che il fatto che noi non conosciamo le reali motivazioni della sua scelta renda qualsiasi tipo di giudizio sul merito della questione insufficiente e inadatto.

Ma, è proprio questo il punto: perché ha rinunciato? Sono passati quasi tre mesi dall’annuncio forse più sconvolgente della Storia della Chiesa. E sono passati due giorni da quanto il “papa emerito” ha deciso di tornare a vivere in Vaticano, a pochi passi dal Papa “in carica” (ormai è necessario specificare); il quale, sembra voler sempre dimenticare che è anche Pontefice Massimo della Chiesa universale e non solo vescovo di Roma, mentre il papa emerito Benedetto XVI mantiene solo un titolo, proprio quello di “papa”, sebbene emerito. A vederli insieme, e a valutare le loro stesse decisioni riguardo se stessi, il loro modo di presentarsi al mondo e alla storia da loro stessi deciso, sembrerebbe potersi dire che in quella foto vi è il vescovo di Roma e il papa emerito. Manca quindi ancora un terzo personaggio chiave?

Perché Benedetto XVI ha rinunciato? Nell’articolo di Franco viene detto che il card. Ruini avrebbe dichiarato che «Joseph Ratzinger ha scelto di non spiegare a nessuno i motivi che l’hanno spinto a compiere il suo gesto». Cosa dedurre da questa affermazione? L’unica deduzione logica è che allora non si è dimesso perché “stanco” e non certo perché malato (anzi, padre Lombardi ripete in continuazione che non ha alcuna malattia, se non la naturale senilità), ma per ragioni ben precise. Quali sono però queste ragioni?

Non solo quasi tutto il mondo cattolico, ma anche la “laicità” e il sistema massmediale, elogiano sperticatamente Papa Francesco, ogni giorno. Si parla di “incantesimo” (brutto concetto, in realtà: sa di finzione, di “magia”, di mancanza di naturalezza, quasi a ribadire che il suo successo è opera artificiale dei massmedia; soprattutto si sente che gli incantesimi finiscono prima o poi…): tutto quello che fa (che voglia andare a Castel Gandolfo in treno, che corra tra la folla, che rimandi il Regina Coeli facendo impazzire la RAI per lo slittamento d’orario, o che telefoni di sua iniziativa a Napolitano, o, soprattutto, che ci dica che vuole “una Chiesa povera tra i poveri”, ecc.) è spontaneo, bellissimo, dettato dalla carità e dalla naturalezza. Poi, di colpo, ce lo vediamo accanto a Benedetto XVI: due stili a confronto, due mondi che si guardano, quasi due chiese differenti che si passano il testimone. Il problema, però, è che la Chiesa del papa emerito è sempre presente. Non solo in Vaticano, con la sua persona e – ci si può giurare – con coloro che in Curia lo rimpiangono e forse da oggi in poi lo sentiranno e lo cercheranno come “ancora di salvezza” – a torto o a ragione – da utilizzare nei confronti delle innovazioni del Vescovo di Roma; è presente nei cuori dei fedeli, di centinaia di milioni di persone.

Mi domando quale vero cattolico, quale sincero figlio della Chiesa (a partire da quei milioni di fedeli che ogni giorno esaltano in totale buona fede e convinzione la naturalezza e la “tenerezza” di Papa Francesco) non ha provato interiore sconcerto, almeno per un istante, vedendo quella foto? Davvero, come dicono (con la parola o con gli scritti), tutto è bellissimo, tutto è normale e meraviglioso? Davvero non si sente nel cuore e nell’intelletto la portata dirompente dell’evento? E, soprattutto, una sorta di “scelta” interiore? Davvero non ci si rende conto, nel più profondo del cuore, che quei due uomini vistiti uguali (e in maniera assolutamente unica al mondo) rappresentano entrambi un’unica entità, il Papato, per il quale però vi è un solo “posto a sedere”, e la rappresentano in maniera se non opposta certamente differente? Davvero i cattolici, anche i più ingenui, buoni, sinceri, non percepiscono il peso di una scelta?

Non è questione di Italia-Argentina, come fa capire Massimo Franco, non è una partita di calcio fra vecchio sistema corrotto e novità fresca d’oltreoceano: troppo banale. Forse in parte è anche questo, ma non è questo il cuore della questione. La questione è un’altra, e si struttura in tre sotto-questioni fondamentali:

1)     Cosa ci fa un papa emerito in Vaticano? Quale sarà il suo ruolo ora? Perché ha scelto non solo di dimettersi, ma di rimanere in Vaticano? Questa ultima domanda è, a mia opinione, ancora più radicalmente lacerante della precedente. In fondo, se fosse tornato in Baviera a suonare il pianoforte con il fratello, a leggere e pregare, magari in un convento per non esporsi al pubblico, si sarebbe potuto dire che effettivamente era uscito di scena. Ma, per quanto prometta l’assoluto ritiro, egli è in Vaticano, e si fregia ancora del titolo di papa, e si veste ancora di bianco. Chiunque in Vaticano può andarlo a trovare quando vuole. Vi è anche la stanza degli ospiti. La domanda è teologica (oltre che canonica) e si pone sul piano dei principi: può esistere un “Pietro emerito” in Vaticano accanto al “Pietro in carica”? Oppure, sta cambiando la natura stessa del Papato?

2)     Quale sarà il ruolo di Papa Francesco in questo epocale cambiamento? Tutti si chiedono quali riforme attuerà e attendono con ansia la risposta. Ma le farà veramente queste riforme? E fino a che punto? Finora, da quel che si è visto, Papa Francesco è un “buon Pastore” di anime. Sarà anche un buon riformatore di strutture politiche ed economiche? E come si relazionerà con il suo “ospite” che, in fondo, si è autoinvitato a “casa sua”?

3)     La fantastoria, si sarebbe detto fino a qualche mese fa, ma oggi non è più così: cosa potrà mai accadere se Papa Francesco decidesse di abdicare? Due papi emeriti? In tre a vestirsi di bianco? E dove andrebbe ad abitare? Tornerebbe in Argentina (un “papa locale”?) o andrebbe anche lui a vivere al Mater Ecclesiae in Vaticano?

È inutile negarlo: vedendoli insieme, si percepisce il rischio di una Chiesa sempre più divisa, diretta verso esiti inimmaginabili. Si può volere bene a entrambi, certo, si può esternare tutto l’amore per papa Francesco e al contempo voler bene al papa emerito, ma ciascuno di loro è talmente diverso dall’altro che qualsiasi cosa farà Papa Francesco sarà sempre rapportato a quello che avrebbe fatto o non fatto il predecessore. Ciò accade con i papi defunti, figuriamoci con chi è ancora vivo e vive in Vaticano e si veste di bianco. È evidente che Benedetto XVI ha posto tutti, ma ognuno di noi nel particolare, dinanzi non solo a una situazione mai accaduta prima e sovraccarica di incognite, ma anche dinanzi a una sorta di scelta interiore.

In fondo, questo accadrà a ciascuno di noi nei prossimi tempi: ogni questione da risolvere, ogni decisione presa o non presa da Papa Francesco, avrà sullo sfondo il suo predecessore. Specie quando l’incantesimo comincerà a finire, lo ricorderemo (già lo ricordiamo) nella certezza morale delle sue encicliche, nella profondità teologica dei suoi messaggi, nella fermezza del comportamento in pubblico, che non suscitava entusiasmi di folla ma donava fermezza teologica (seppur con qualche sbavatura) e tranquillità emotiva e spirituale.

Chi scrive non ha condiviso tutto del pontificato di Benedetto XVI: ma per otto anni, ha visto un Papa, solo un Papa, cui relazionarsi. Oggi, vede un buon pastore, un vescovo di Roma, un papa emerito, un mistero irrisolto, una decisione inquietante, un pericolo sovrastante. Due uomini vestiti di bianco che parlano fra loro.

Soprattutto, non comprende quella che è la più inquietante delle due decisioni prese dal precedente pontefice, che, come detto, non è la prima (la rinuncia), ma la seconda: tornare a vivere in Vaticano. Come dire: non ci sono più, ma ci sono. Sono emerito, ma pur sempre papa. Il papa è un altro, ma io abito in Vaticano e mi vesto di bianco, come lui. Sto nascosto in preghiera e studio, ma sono raggiungibile in ogni momento. Vivo nel silenzio, ma nessuno potrà mai sapere fino a che punto. Ci sono, e non ci sono.

Per quanto mi sforzi, non riesco a trovare una situazione più inquietante nell’intera storia della Chiesa. Cosa sta accadendo alla Chiesa Cattolica?

Affidiamoci come sempre alla seconda virtù teologale, sulla quale il papa emerito ha scritto una degna enciclica, e ricordiamo che il Fondatore della Chiesa sembra dormire mentre la barca della Chiesa affonda, ma all’urlo di Pietro, dell’unico Pietro, si sveglia e le acque in tempesta si chetano.

Noi aspettiamo e preghiamo, certi del futuro intervento di Cristo.

 



Massimo Viglione 4 maggio 2013






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Voci correlate

Lo abbiamo letto su molti giornali: a Papa Francesco piace il calcio. In un certo qual modo è un’assicurazione sulla sua impostazione metafisica. Avrei avuto qualche perplessità se fosse stato amante del basket o – peggio ancora – del baseball. Ovviamente sto scherzando … ma non troppo. Proprio perché a Papa Francesco piace il gioco del calcio, parto con un esempio tratto da questo sport e faccio riferimento a due calciatori argentini, la patria di Papa Francesco. Tra Xavier Zanetti e Lionel Messi vi è differenza. Zanetti è la forza muscolare, è la capacità d’interdire. È una colonna del centrocampo. Non solo. È anche un modello di atleta, capace a quasi quarant’anni di fare quello che fa. Messi è invece la poesia.

Corrado Gnerre

Ho letto l’articolo che Massimo Introvigne ha scritto in merito all'elezione di Papa Francesco. Lo condivido, anche se non appieno. Bene ha fatto Introvigne a sottolineare che Papa Francesco è il Papa di Santa Romana Chiesa. Prima e durante il conclave si possono avere delle preferenze, si possono nutrire delle speranze verso qualcuno… ma dopo è bene che si dimentichi tutto e ci si sottometta a chi il Collegio cardinalizio ha scelto. Certo, non è detto che chi venga eletto sia necessariamente il desiderato dal Signore. Infatti, se è vero che lo Spirito Santo illumina gli Elettori, è pur vero che non necessariamente ed infallibilmente questi si rendano docili alle Sue ispirazioni. Giustamente c’è chi ha ricordato in questi giorni la celebre espressione di san Vincenzo di Lerino (V secolo): «Ci sono papi che Dio dona, ci sono papi che Dio tollera, ci sono papi che Dio infligge». Ma, se è vero questo e cioè che non necessariamente un papa eletto sia il “donato da Dio”, è pur vero che chi canonicamente diventa papa è il Papa; e – se è il Papa – va riconosciuto e a lui bisogna cattolicamente sottomettersi.

Corrado Gnerre

Papa Francesco nell’omelia durante la Celebrazione eucaristica con i cardinali nella Cappella Sistina ha tracciato semplicemente ma chiaramente le linee fondamentali del suo pontificato indicando cosa la Chiesa deve fare: camminare, edificare, confessare. Tre prospettive chiarissime e insite nella vocazione stessa della Chiesa. Camminare, ovvero pellegrinare nella Storia. Edificare, ovvero santificare. Confessare, ovvero testimoniare Cristo. Pellegrinare nella storia non vuol dire seguire la storia o essere nella storia, bensì essere sì nella storia ma non della storia. Vuol dire avere dinanzi a sé l’obiettivo della meta da raggiungere, una meta che è al di là della storia. Il pellegrinare è sì nella storia ma ciò che si deve raggiungere è oltre la storia, ed è il compimento del Regno di Dio, il raggiungimento della pienezza della vita eterna, è la conquista del Paradiso.

Corrado Gnerre







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