Il Giudizio Cattolico

Ama la verità; mostrati qual sei, e senza infingimenti e senza paure e senza riguardi.
E se la vita ti costa la persecuzione, e tu accettala; e se il tormento, e tu sopportalo.
E se per la verità dovessi sacrificare te stesso e la tua vita, e tu sii forte nel sacrificio.
San Giuseppe Moscati

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> Teologia, fede, morale

Apologetica: una scienza e arte da praticare senza timori né complessi



Ieri apologetica era una parolaccia che suscitava scandalo anche in ambienti cattolici; oggi è stata parzialmente riabilitata dalla drammatica necessità di difendere la Fede spesso attaccata e derisa. Tuttavia lo “spirito del mondo” continua ad alimentare nell’opinione pubblica una generale avversione verso l’apologetica. Ciò finisce con l’influenzare anche molti cattolici, i quali spesso evitano di difendere l’onore di Dio e della Chiesa o lo fanno timidamente e inadeguatamente, perché timorosi di fare apologetica commettendo il nuovo peccato di “proselitismo”.

Cerchiamo allora di chiarire e dissipare almeno qualcuno degli equivoci che tutt’oggi impediscono un’apologetica adeguata, franca e sicura, ossia senza timori né complessi.

      

Una catechesi militante

Il termine apologetica deriva dal greco apologhetiké (sottintendendo epistème, scienza); è la dimostrazione razionale della credibilità della Fede cristiana, in obbedienza al noto ammonimento di san Pietro: «siate sempre pronti a rispondere [pros apologhìan, nda] a coloro che vi chiedono le ragioni della vostra speranza» (1Pt., 3,15).

Dalla semplice presentazione della Fede, l’apologetica si distingue per il suo aspetto essenzialmente militante e missionario, in quanto si rivolge soprattutto a “quelli di fuori”: aspetto caratteristico, questo, della Chiesa detta appunto militante. Difatti, contrariamente a quanto molti pensano, Dio, Gesù Cristo e la Chiesa hanno nemici oggettivi (siano essi occulti o palesi, impliciti o espliciti, consapevoli o inconsapevoli) che cercano d’impedire la diffusione della Verità cristiana negandola, calunniandola e ridicolizzandola in tutti i modi, anche sleali e pertinaci. Pertanto l’ordinaria catechesi dev’essere sempre affiancata e sostenuta dall’apologetica, la quale non mira tanto ad annunciare la verità cattolica quanto a dimostrarla e difenderla.

L’apologetica ha dunque un ruolo primariamente difensivo: essa chiarisce e riafferma le verità di Fede non in astratto ma in concreto, difendendola dai suoi nemici. Questo può farlo in vari modi, ad esempio rimuovendo quegli ostacoli che impediscono la comprensione e l’accettazione della Verità: equivoci, pretesti, pregiudizi, avversioni, calunnie.

L’apologetica ha però anche un ruolo offensivo: essa attacca gli errori confutandone i sofismi, dimostrandone la falsità e la contraddittorietà, smascherandone le vere motivazioni e denunciandone le gravi conseguenze. Questa offensiva è necessaria in quanto, come nell’esercito, anche nell’apologetica non basta che ci sia una retroguardia che difenda, ma ci vuole anche un’avanguardia che attacchi. Del resto, spesso, “la miglior difesa è l’attacco”, come dice il noto proverbio.

L’apologetica può perfino svolgere un ruolo preventivo: essa previene alcuni errori che potrebbero diffondersi, per batterli in breccia fornendone in anticipo la confutazione e l’antidoto. In tal caso, però, l’apologeta deve stare ben attento a evitare di suscitare dubbi su questioni che non sono in causa, o che lo sono solo in un ambiente molto ristretto; altrimenti rischia d’indurre l’interlocutore in tentazioni che non ha – e che forse non avrebbe mai avuto – senza poterlo preservarne.

 

Annuncio e polemica

Alcuni pretendono che l’apologetica, specialmente quella offensiva, sia inutile o addirittura controproducente, in quanto susciterebbe presunzione e aggressività in chi la fa e timore e avversione in chi la subisce; bisognerebbe quindi attenersi alla sola esposizione propositiva della dottrina cristiana (l’annuncio, come oggi si dice), la quale sarebbe sufficiente per convertire le anime evitando tali pericoli. Questa posizione rivela una mentalità che potremmo chiamare pacifista e una spiritualità che assomiglia a quella quietistica; pertanto essa si pone in contrasto sia col dettame delle Sacre Scritture che col carattere militante della Santa Chiesa.

In realtà, la semplice esposizione propositiva della dottrina cristiana non basta ad assicurare l’evangelizzazione, tantomeno la sua efficacia e stabilità. Il Vangelo difatti non è solo Parola da ricevere ma anche e soprattutto Spirito da assimilare e Legge da praticare. Ma questo viene impedito dal Peccato Originale e dalle sue conseguenze individuali e sociali, specie nell’attuale situazione d’indifferenza o di ribellione a Dio. Pertanto non basta “annunciare” la Verità, bisogna anche difenderla e attaccarne i nemici. La Chiesa stessa, come Magistra Verbi, non si può limitare ad esporre, proporre ed esortare, ma deve anche insegnare, ammonire, condannare e talvolta perfino imporre in coscienza, esigendo che l’uomo accetti (liberamente) la Verità e che il comportamento si adegui (sinceramente) alle parole. Del resto, Dio stesso condiziona la piena conversione religiosa alla integrale proposizione e difesa della Verità, come ammoniva dom Guéranger.

Per convertire le anime, non basta che l’apologetica sia razionalmente solida e convincente; difatti alle argomentazioni razionali l’uomo potrà sempre opporre obiezioni pregiudiziali, psicologiche, emotive e passionali, di solito suscitate da una mentalità erronea alimentata da una vita disordinata. L’apologeta deve quindi rivolgersi anche ai sentimenti e alla sensibilità dell’uomo, in modo che le sue passioni cessino di essere ostacoli e diventino anzi ponti per la conversione. Nel preparare e facilitare l’atto di fede, i motivi di ordine psicologico ed emotivo sono molto più efficaci di quelli mentali e razionali; l’importante è che i primi vengano messi al servizio dei secondi, non al rovescio, come pretende l’errore modernistico da Blondel a oggi.

Inoltre l’apologetica deve coinvolgere e convincere l’uomo per intero, in tutte le sue facoltà. Essa quindi non deve suscitare solo simpatia, amore e zelo, ma anche meraviglia, timore e perfino avversione: meraviglia per le opere e i progetti divini, timore per i Suoi giudizi, avversione per i Suoi nemici. L’apologeta non deve solo attirare, affascinare e lusingare, ma anche scuotere, ammonire, minacciare; se deve unire nella Verità, deve anche dividere dall’errore, deve insomma essere “segno di contraddizione”: proprio come fece Gesù Cristo, il quale per giunta non se ne preoccupava affatto. L’importante è che quest’azione divisiva e distruttiva sia al servizio di quella unitiva e costruttiva, non al rovescio.

In questa prospettiva rientra il ruolo della polemica. L’apologeta può e deve polemizzare contro gli errori e contro i vizî. Secondo i Padri della Chiesa, così facendo egli offre a Dio il dono della mirra, che esprime simbolicamente la disposizione a sacrificare la propria tranquillità e fama alle esigenze della lotta per la causa evangelica. Tuttavia, come avverte san Paolo, bisogna polemizzare con misura, ossia opportune et importune, ma non inopportune; la polemica deve restare al servizio della conversione alla Fede, per cui deve evitare di suscitare una maggiore avversione alla Verità o un pretesto per combatterla con maggior acredine. Questa situazione tuttavia capita molto più raramente di quanto si crede.

La polemica cristiana non è una gara sportiva ma una esercitazione militare; l’importante quindi non è partecipare ma vincere. L’ideale sta nel convincere l’avversario traendolo dalla giusta parte; ma se questo non è possibile, bisogna almeno disarmarlo, ossia confonderlo e smascherarlo, in modo che le sue possibili vittime si rendano conto che non ha argomenti validi da opporre e si sottraggano alla sua nefasta influenza. A questo scopo, il cristiano può e deve usare tutte le tecniche della persuasione, compresa la (sana) retorica e dialettica. Come diceva sant’Ignazio di Loyola, «ogni mezzo [onesto] va usato per fare la gloria di Dio».

      

L’apologeta e l’errante

Fra questi mezzi a disposizione dell’apologetica, i Padri della Chiesa includono anche il deridere e ridicolizzare tutto quanto l’avversario mette al servizio dell’errore: motivazioni, pretesti, esempi, perfino la sua persona. Infatti l’apologeta deve impedire che l’errore seduca gl’ingenui grazie alla posizione o al prestigio o all’abilità del suo propagandista; a questo scopo, san Francesco di Sales esortava i cristiani a smascherare e ridicolizzare le false pretese e la falsa fama di chi si fa strumento dell’errore. Né vale obiettare al riguardo che bisognerebbe salvaguardare la dignità dell’errante; infatti costui va rispettato come persona, ma non può esserlo come propagandista dell’errore; se si mette al servizio dell’errore e del vizio, causando grave danno alle anime di ingenui e sprovveduti, l’errante perde la propria dignità morale e il diritto alla onorabilità e al prestigio così malamente usati. Questo punto, tanto importante quanto delicato, merita di essere ben chiarito a scanso d’equivoci.

Abbiamo detto che l’apologetica deve difendere la Fede dall’errore. Tuttavia l’errore non esiste in astratto ma solo in concreto, ossia in quanto professato dagli erranti; l’apologetica quindi deve affrontare non solo parole, scritti e immagini erronei, ma anche le persone che li usano per diffondere quegli errori. I grandi apologisti cristiani hanno sempre predicato e scritto contro un errante o una setta di erranti, tanto da intitolare spesso le loro opere usando la parola adversus (“contro”), seguita dal nome del responsabile.

«Ho odiato l’errore e ho amato l’errante», disse giustamente sant’Agostino; ma con ciò intendeva dire che l’errante va amato non nel suo errare, bensì solo nella sua condizione di umana creatura che, sebbene sia moralmente ammorbata dall’errore, resta sempre passibile di guarigione, ossia di conversione. Comunque sia, quando l’errante, nonostante i chiarimenti ricevuti, si ostina a diffondere pubblicamente l’errore, identificandosi oggettivamente con esso e «servendosi della propria libertà come pretesto per fare il male» (1Pt., 2,16), allora l’apologeta deve polemizzare con lui e al limite denunciarlo davanti alla Chiesa, come esigeva san Paolo. Chi pensa che ciò non sia conforme al Vangelo, si ricordi che il Divin Redentore attaccava i suoi nemici, accusava i peccatori, ammoniva gl’indecisi, esortava i tiepidi. Così deve agire anche il vero apologeta; l’importante è ch’egli polemizzi lealmente e non per odio personale, ma per disinteressato amore della Verità e per carità verso l’errante.

Non scandalizziamoci, dunque, se talvolta un apologeta polemizza contro un errante: ciò è richiesto dalla sequela Christi e dalla parresìa (franchezza) evangelica, è un aspetto della Chiesa militante, è strumento della normale battaglia della Fede, necessario alla gloria di Dio e alla salvezza delle anime. Se la Verità è cibo dell’anima e chi lo dispensa è oggettivamente lodevole, indipendentemente da intenzioni soggettive difficilmente valutabili, all’opposto l’errore è veleno dell’anima e chi lo diffonde è oggettivamente criticabile, indipendentemente da intenzioni soggettive difficilmente valutabili. Il grande apologeta Joseph de Maistre diceva che «l’errore è come una moneta falsa coniata da pochi criminali consapevoli e colpevoli, e poi diffusa da molti ignari e forse incolpevoli»; ma ciò non toglie che lo spaccio di moneta falsa resta un crimine e che l’autorità deve individuarne il colpevole, tentare di dissuaderlo e, se ciò non basta, impedirgli di perpetrare quel crimine.

 

Buona fede e mala fede

Spesso l’errore si ammanta di false apparenze, si mette sotto una falsa luce e al riparo di un falso prestigio, allo scopo d’ingannare e sedurre ingenui e sprovveduti. Pertanto, l’apologeta non può dare per scontata l’“autenticità” dell’errore e la “sincerità” dell’errante, non può limitarsi a considerarli quale si presentano e pretendono di essere, non può accettarli a scatola chiusa né adattarli alle proprie esigenze pratiche. Pertanto, prima di confutare l’errore, spesso l’apologeta deve smascherarlo, ossia deve svelarne e denunciarne la vera natura, i veri scopi, i veri metodi; infatti esso va sempre esposto e confutato oggettivamente, così com’è, per i reali pericoli che comporta, senza attenuarli né aggravarli.

L’apologeta deve evitare un altro pericoloso equivoco: quello d’illudersi che l’errante sia sempre sincero e leale, ossia “in buona fede”, come se questa illusione fosse una condizione irrinunciabile per “dialogare” con lui allo scopo di convertirlo. Anche se si suppone che l’errante sia “in buona fede”, bisogna comunque contrastarlo, se non altro per disingannarlo prima ch’egli s’indurisca nell’errore, si ostini nella colpa e muoia nella impenitenza. Ovviamente la “buona fede” dev’essere presunta, finché non se ne ha prova contraria; ma quando la si ha, non si può agire contro l’evidenza e quindi non resta altro che constatare e contestare la malafede, cosa peraltro molto più frequente di quanto si pensi. In tal caso, la prudenza obbliga l’apologeta a cambiare l’impostazione stessa del “dialogo” e talvolta a interromperlo o a rifiutarlo, non solo per evitare quelle vane discussioni tanto pericolose per la fede, ma anche per sciogliere l’equivoco e sfuggire alla trappola, smascherando l’avversario e impedendo che il suo inganno possa sedurre e traviare gli ingenui che assistono.

 

Bibliografia sintetica

 

- Giampaolo Barra, Perché credere. Spunti di apologetica, Mimep-Docete, Pessano 2001

- Léon Cristiani, Le ragioni della nostra fede, Edizioni Paoline, Catania 1958

- Guido Mattiussi S.J., Apologia della Religione, Bergamo 1911

- Andrew Lang, Compendio di apologetica, Marietti, Torino 1960

- Corrado Gnerre, Apologetica, Castelpetroso 2004

- Aa. Vv., Apologétique, Bloud & Gay, Paris 1948

- Paolo Segneri S.J., L’incredulo senza scuse, Gregoriana, Padova 1923

- Jean J. Gaume, Catéchisme de persévérance, Editions Saint Rémi, Cadillac 1999, 8 vv. (apologetica sorica)

- Gilbert Keith Chesterton, Perché sono cattolico, Gribaudi, Milano 2007

- Antoine D. Sertillanges O.P., Risposte sulla Fede, Ares, Milano 1977

- Pier Carlo Landucci, Cento problemi di fede, Cittadella, Assisi 1962

- Pier Carlo Landucci, Problematica della miscredenza e della fede, Coletti, Roma 1964

- Cornelio Fabro, Il Cristianesimo come contemporaneità e impegno esistenziale, Abete, Roma 1968

- Joseph Lémann, La religion de combat, Editions Saint Rémi, Cadillac 2000

- Plinio Correa de Oliveira, Trasbordo ideologico inavvertito e dialogo. Note sulla guerra psicologica contro i cattolici (1965), Il Giglio, Napoli 2012

 


Guido Vignelli 4 maggio 2013






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