Il Giudizio Cattolico

Ama la verità; mostrati qual sei, e senza infingimenti e senza paure e senza riguardi.
E se la vita ti costa la persecuzione, e tu accettala; e se il tormento, e tu sopportalo.
E se per la verità dovessi sacrificare te stesso e la tua vita, e tu sii forte nel sacrificio.
San Giuseppe Moscati

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Il mito di Ipazia Come rispondere alla menzogna secondo cui il mondo pagano sia stato più umano di quello cristiano



Qualche anno fa uscì un film dal titolo Agorà, diretto dallo spagnolo Alejandro Amenabar. Ha come protagonista Ipazia, una filosofa di Alessandria, uccisa da alcuni fanatici cristiani nel 415. Si tratta di un film che ha un’ideologia chiara: il mondo pagano era molto più umano di quello che il Cristianesimo stava generando. Soprattutto per un motivo: perché quello pagano era più pluralista (il titolo del film, Agorà, da questo punto di vista è significativo); più favorevole alle donne, promuovendone una vera e propria emancipazione anche da un punto di vista culturale e accademico; e più favorevole allo sviluppo scientifico.   

 

Ma chi fu veramente Ipazia e come davvero andarono le cose? 

Che cosa c’è da dire su questa filosofa del IV secolo e perché fu uccisa?  

1. Prima di tutto quello su Ipazia è stato un vero e proprio mito costruito per finalità anticristiane da personaggi come John Toland (la cui coerenza è diventata famosa, tanto è vero ch’era illuminista ma anche occultista) e soprattutto da Voltaire, “padre” dell’anticlericalismo. Furono costoro a presentare la filosofa alessandrina del IV secolo come “martire” dell’oscurantismo clericale.

2. L’omicidio di Ipazia fu in realtà un omicidio politico, dove la religione non c’entrò affatto. Ella infatti, pur essendo figlia del filosofo Teone (ermetista e cultore dell’orfismo) era una neoplatonica, per nulla avversa al Cristianesimo. Si pensi che ciò che si conosce della sua attività lo si deve ad alcuni suoi discepoli, tra i quali c’erano diversi cristiani, come Sinesio di Cirene che divenne perfino vescovo. Ma non solo. Ella era talmente lontana dall’anticristianesimo che arrivò a lodare virtù tipiche della “nuova religione” come la verginità e la modestia nel vestire; e ai suoi consigli ricorreva spesso Oreste, cristiano e prefetto di Alessandria.

3. Fu proprio la figura di Oreste che spiega l’omicidio di Ipazia. Oreste voleva politicamente sottomettere la Chiesa e a lui si opponeva il patriarca Cirillo. Lo scontro fu forte e si formarono due partiti: uno favorevole al Prefetto l’altro al Patriarca. Nel partito del Vescovo s’inserirono anche i parabolani, ch’erano sì cristiani ma tendenzialmente eretici perché andavano alla ricerca spasmodica del martirio. Addirittura si consacravano con giuramento alla cura degli appestati in maniera da assicurarsi la morte per Cristo. Questi si convinsero che l’intransigenza del Prefetto Oreste fosse dovuta ai “consigli” datigli da Ipazia e fu così  che questa venne accusata di pratiche magiche e negromantiche morendo uccisa da alcuni esagitati. Oreste e Cirillo, proprio in conseguenza di questo assassinio, si riconciliarono.

5. I parabolani non avevano mancato e non mancheranno di prendersela anche con alcuni cristiani: nel 361 fu linciato Giorgio di Cappadocia, un vescovo imposto da Costantinopoli; e nel 457 verrà ucciso Proterio, vescovo anch’egli, nominato dall’Imperatore.

 

Il mondo pagano e quello cristiano

Adesso chiediamoci: il mondo pagano fu davvero più umano di quello cristiano?

Su questo punto si potrebbe scrivere tantissimo, ma per poter essere sintetici prendiamo in considerazione solo cinque questioni: 1. La dimensione esistenziale. 2. La diffusione della violenza. 3. La dignità della persona umana. 4. La dignità della donna. 5. Il valore del progresso scientifico.

 

1.La dimensione esistenziale

L’uomo pagano era tutt’altro che felice. Né poteva essere diversamente visto che doveva convincersi di non essere libero nella storia. Piuttosto doveva accettare la dura realtà di una vita completamente sottomessa al capriccio degli dèi e, al di sopra di essi, del Destino. D’altronde la stessa concezione circolare della storia, dominante in quella cultura, stava appunto a significare la posizione di vittima dell’uomo nei confronti della storia stessa.

È scritto in una tragedia di Eschilo: «(…) adesso il fato, meglio ch’io possa, sopportar conviene: ché del destino abbattere la possa nessuno vale» (Prometeo legato, Prologo, 18-21). L’uomo greco non sapeva da dove provenisse, ignorava le ragioni della sua presenza sulla terra. Non riusciva a cogliere lo scopo della sua vita. Attribuiva la propria esistenza all’esito di un capriccio o ad un gesto arbitrario di un’entità a lui superiore, sconosciuta e inconoscibile. Le forze della natura, che lo trascendevano e lo dominavano e sulle quali egli non poteva influire, gli insegnavano che la vita su questa terra non gli appartenesse.

L’uomo greco si sentiva straniero in terra straniera. Così Sofocle fa dire ad Ulisse nell’Aiace: «Altro non siam, lo vedo, che fantasmi, tutti quanti viviamo, ed ombre vane» (Aiace, 125-126). L’uomo greco non riesciva a comprendere il fine della sua vita. Subiva la vita così come subiva la morte. Doveva fare continuamente i conti con quelli che erano ritenuti i veri signori del pianeta: una miriade di forze e di entità immanenti e latenti in ogni luogo, che oltrepassavano i limiti della propria umanità. Il mondo divino di cui tratta Eschilo è pieno di misteri e di brutalità. Gli uomini erano impotenti: non potevano affatto eludere le vendette ingiuste e le più sgradevoli fatalità. Nel dramma eschileo il problema non è l’uomo, ma il destino che gli incombe immutabile. È scritto nel Prometeo legato: «Giove solo implacabile, con furia perenne, oppressa tiene la stirpe degli Urani» (Canto d’ingresso, 4-6). Dipendenza nei confronti dei capricci degli dèi, dipendenza nei confronti di forze animistiche, dipendenza nei confronti del Fato. Quest’ultimo che dominava su tutto. Zeus stesso riconosceva i limiti della propria potenza. Egli non poteva far nulla nei confronti del volere del Fato. E così il mondo greco – perché convinto che l’uomo dovesse fare i conti con la precarietà, con il dolore, con il problema della morte, nell’assoluta condizione di essere vittima del Fato – faceva della tragedia l’espressione di maggiore consapevolezza del fallimento della propria soluzione intellettuale. Nell’Ippolito di Euripide il protagonista così esprime il tormento del suo animo: «Sempre mi travaglia la vista dei casi e delle azioni degli uomini: vicenda succede a vicenda e la vita dei mortali muta continuamente in balìa di un eterno capriccio» (1103-1110).

Anche nella cultura romana è difficile ritrovare un concetto di persona legato ad una visione protagonistica dell’esistenza. Per la mentalità romana, l’uomo poteva solo illudersi di essere protagonista. Con il termine “persona” s’indicava inizialmente la maschera dell’attore, a significare appunto l’illusione dell’uomo di ritenersi libero: così come l’attore finge di essere libero, ma non fa altro che agire determinato da uno scritto e da un progetto teatrale, l’uomo credeva di essere libero nella sua vita, in realtà questa era determinata da una volontà nei confronti della quale egli era costretto a fare esperienza della sua impotenza. Scrive Lucrezio nel De rerum natura: «Tanta paura infatti incombe sugli uomini tutti, che sulla terra e in cielo di molti fenomeni indarno tentan di penetrare le ascose ragioni, ed ai numi ne riportan la causa» (I, 151-155).

Come già nella religiosità greca, anche in quella romana era evidente la paura dell’uomo nei confronti del divino. Il termine “religio” aveva in sé il senso del terrore che l’uomo doveva nutrire nei confronti del soprannaturale. Questa parola, anche nelle fasi più sviluppate della lingua latina, non indicava semplicemente il culto e la riverenza nei confronti della divinità, ma anche superstizione, senso di terrore di fronte a tutta quell’atmosfera oscura e di mistero che riguardava la gran parte della realtà. Per gli antichi romani la religio era anche un sistema di rapporti, con cui si cercava di strappare in qualche modo lo spazio necessario a vivere ai veri padroni della terra, che erano le forze animistiche sconosciute e inconoscibili. L’uomo romano tendeva a ritenersi continuamente vittima nei confronti di queste forze inconoscibili e anche incapace a controllarle.

L’uomo romano era costretto a guardarsi da tutto. Ogni cosa poteva essergli ostile, perché ogni cosa avrebbe potuto nascondere una forza negativa. Spiriti avversi e maligni potevano nascondersi nelle cinture annodate o negli anelli. Così anche in alcuni vegetali come l’edera e la vite. Era pericoloso per le donne gravide accavallare le gambe o intrecciare le dita: i nodi formati con parti del corpo sarebbero potuti essere ricettacolo di spiriti maligni. Non si poteva attraversare la strada o girare presso i campi con il fuso in mano: poteva essere causa di sventura, perché il filo avrebbe potuto ostacolare il passaggio di spiriti benevoli, indispensabili per la buona riuscita del raccolto. Di questi esempi se ne potrebbero fare tanti.

Con il Cristianesimo invece l’uomo acquista un atteggiamento positivo nei confronti della vita. Egli “conquista” la libertà di poter gestire e costruire la storia. Ciò, da una parte, lo responsabilizza; dall’altra, lo gratifica. Con il Cristianesimo l’uomo non deve più temere il divino, nel senso che può essergli ostile, ma solo il suo giudizio per eventuali errati comportamenti personali. In piena fedeltà con la prospettiva biblica, il Cristianesimo valorizza ampiamente la persona. San Tommaso d’Aquino afferma che la persona è ciò che di più perfetto esiste in natura: «La persona significa quanto di più nobile c’è in tutto l’universo, cioè il sussistente di natura razionale» (Summa Theologiae, p. I, art. III, q. 29).

 

2. La diffusione della violenza

Affermare che il mondo cristiano sarebbe stato, a differenza di quello pagano, portatore di maggiore intolleranza è quanto di più antistorico possa essere detto. Si potrebbero ricordare le cifre dei martiri cristiani causati dalle persecuzioni volute dai pagani, ma basterebbe solo ricordare i “passatempi” di molti pagani, “passatempi” intrisi di gusto per la violenza. I giochi gladiatori li hanno tutti in mente! Non a caso le scuole gladiatore furono abolite da Teodosio, l’imperatore che volle il Cattolicesimo come religione ufficiale dell’Impero. Ma già prima, da Costantino, iniziarono le proibizioni.

La celebre Anne Bernet, specialista in storia romana, in un’intervista ha così risposto alla domanda “Come e perché scomparve il mestiere del gladiatore?” Risposta: «È stata una delle più belle vittorie del Cristianesimo il fatto di essere riusciti, tra la conversione di Costantino e l’anno 438, ad allontanare le menti dai giochi sanguinosi, dapprima convincendo i potenti organizzatori a non sperperare le loro fortune in cose simili quando tanti disgraziati reclamavano un aiuto finanziario, poi restituendo ai gladiatori dignità umana. Nel momento in cui essi non sono più oggetti da distruggere senza senso di colpa per puro divertimento e tornano ad essere esseri umani, non si può più dire che è divertente vederli morire. I Cesari cattolici non possono avallare la morte dei loro fratelli per semplice gioco. L’assassinio del Colosseo, il 1° Gennaio 401, di un monaco, san Telemaco, o Almachio, che aveva voluto interrompere un combattimento e fu massacrato sia dai gladiatori che dagli spettatori, fu causa di tale scandalo che l’imperatore Onorio fu obbligato a mettere al bando la pratica gladiatoria la quale non si ritirò più su da tale interdizione che divenne definitiva nel 438» (I gladiatori. Intervista ad Anne Bernet, in “Nova Historica”, n.4, ann 2, 2003).

Ma sulla diffusione della violenza nella Grecia antica e a Roma basta leggere un libro famoso: I supplizi capitali in Grecia e a Roma, di Eva Cantarella, pubblicato nel 1991 da Rizzoli.  

Importante è il ritrovamento nel Palazzo reale di Pilo di una tavoletta nella quale si fa cenno a sacrifici umani per ingraziarsi gli dèi nel tentativo di sventare un imminente pericolo (J. CHADWICK, La vita nella Grecia micenea. L’Antico Mediterraneo, Le Scienze, 1983, pp. 44-45). Ma attenzione, i sacrifici umani non riguardavano solo le radici micenee della civiltà ellenica. In situazioni di eccezionale gravità si ricorreva all’istituto dei pharmakòi, ad Atene inserito all’interno delle feste Targhelie: si trattava di uomini e donne, per lo più stranieri o mendicanti, che venivano scacciati, percossi e uccisi per purificare la città.

Nel nostro territorio nazionale, in epoca pagana, non era raro che si costruissero ponti mediante il sacrificio rituale di muratura di vittime umane (che fungevano da “reliquie”).

 

3. La questione della dignità della persona umana

Nel mondo pagano la dignità della persona umana era teoricamente quanto di fatto inesistente. Non è un caso che in tutte le civiltà precristiane (con percentuali diverse) si riconosceva legittima la schiavitù; ovvero che una parte consistente dell’umanità potesse essere ridotta a “strumento”. Anche questo non era casuale, bensì esito di concezioni antropogoniche (relative alla concezione dell’uomo) secondo cui gli uomini non nascerebbero uguali e quindi non avrebbero la stessa dignità.

A Roma gli schiavi non rientravano nella comunità di cittadini. Non potevano contrarre matrimoni riconosciuti ufficialmente. Non potevano esercitare il sacerdozio. Non potevano possedere nulla. Non potevano andare in giudizio. Erano completamente in balia del loro padrone. Molte volte veniva fissato al loro collo un collare di bronzo o di ferro, da questo pendeva una medaglia su cui era scritto il nome del proprietario. Non erano altro che merce. Anche i loro figli divenivano automaticamente schiavi. Da L’agricoltura di Catone si capisce bene quanto gli schiavi venissero “considerati” nella società della Roma repubblicana: «Le vesti per gli schiavi siano una tunica (...) e una mantellina ogni due anni. Ogni volta che darai a uno una tunica e una mantellina ritira prima quelle vecchie per farci stracci. Ogni due anni dà allo schiavo un buon paio di zoccoli» (Libro LXVIII). «Si vendano i buoi invecchiati, i capi di bestiame difettosi, (...) lo schiavo vecchio, lo schiavo malandato e ogni altro peso morto» (Libro II). 

Sempre relativamente alla mancanza di riconoscimento di una vera dignità della persona umana, va detto che il concetto di pater familias implicava la totale padronanza, da parte del padre, della vita dei figli. Egli di fatto era una sorta di magistrato, autorizzato ad uccidere la moglie (per adulterio, ubriachezza) e i figli. Con il Cristianesimo invece nasce il concetto di persona, che non solo significa una realtà individuale libera e protagonista della sua storia, ma anche una dignità inalienabile da riconoscere a livello individuale, per ogni uomo.

 

4. La questione della dignità della donna

Prima di tutto va detto che nella cultura pagana la donna era tutt’altro che un soggetto di diritti. Un solo dato che ci dice tante cose: nella Roma imperiale le famiglie avevano quattro/cinque maschi, ma solitamente non andavano oltre le due femmine. Quando il pater familias elevava il figlio, appena partorito dalla matrona, in segno di ringraziamento agli dèi, lo scaraventava a terra se lo vedeva deforme e molto spesso se lo vedeva femmina. E quando non lo scaraventava a terra, lo esponeva nelle pubbliche cloache dove moriva di freddo o veniva divorato dai topi. Nel Cristianesimo l’infanticidio verrà condannato, sia nel caso di maschietti che di femminucce, e inoltre l’accesso delle donne alla cultura era perfino sostenuto. Anche a tal riguardo si potrebbero dire tante cose. Ricordo che la più celebre storica contemporanea del medioevo, la francese Regine Pernoud, ha spesso scritto che nella facoltà di medicina della Sorbona, ai tempi di San Luigi IX, vi erano molte docenti donne.

Ma torniamo al mondo pagano. Nell’Antica Grecia – ad Atene – l’impiccagione era un genere di morte femminile. Un mezzo per morire per chi sapeva di dover incontrare una fine ancora peggiore. «Ricorrono all’impiccaggione le vergini che temono l’assalto maschile e siccome ad Atene molte fanciulle, per emulazione, si danno la morte, l’oracolo di Apollo suggerisce che vadano in altalena, potendo così dondolare senza toccare terra. Il rito dell’altalena restò poi nella gesta delle Pentole che si celebrava annualmente ad Atene» (P. Mauri, Per le vergini? O la corda o l’altalena, in “La Repubblica” del 31.5.1991).

I maschi romani avevano un nome proprio, il praenomen, che li contraddistingueva all’interno della famiglia. La donna romana, invece, non aveva diritto a un nome. Aveva semplicemente, come gli schiavi, un soprannome che derivava dal nomen, cioè dal cognome della famiglia. Si prenda per esempio la gens Cornelia: la figlia non ha un praenomen, si chiama semplicemente Cornelia; mentre i suoi fratelli sono Gaio Cornelio, Publio Cornelio.

Un’altra considerazione. Nella concezione pagana la donna veniva ritenuta essere assai inferiore all’uomo. Platone, nel Timeo, ritiene la donna come la prima possibile degradazione: coloro i quali si sono comportati male nella prima vita, per punizione, rinascono donne. Invece la concezione biblica è ben altra cosa: Dio crea direttamente la donna (tutto che Dio crea è valore) e la crea addirittura con materiale più nobile di quello utilizzato per la creazione dell’uomo: la costola è più nobile del fango.

 

5. Il valore del progresso scientifico

Il progresso scientifico-tecnologico si svilupperà proprio a partire dall’avvento del Cristianesimo. Per due motivi di fondo. Primo: perché il mondo pagano si fermò ad una sviluppata conoscenza scientifica senza però trasformarla in adeguata applicazione tecnica, e questo perché il mondo precristiano si giovava della forza degli schiavi. Fu proprio quando gli schiavi dovettero essere affrancati che si “aguzzò l’ingegno” e si trasformò opportunamente la scienza in tecnica. Secondo: la cultura pagana era essenzialmente gnostica, ovvero diffidente nei confronti della realtà naturale e della materia, per cui tutto ciò che comportava (come per esempio l’attività scientifico-tecnologica) un’applicazione sulla materia veniva considerato non lodevole. Da qui anche il giudizio negativo nei confronti delle attività manuali. A Roma il termine labor aveva un’accezione negativa perché significava “travaglio”, “fatica”. I Romani per intendere invece le attività amministrative (che erano ritenute nobili) usavano il termine negotium, composto di nec e otium, cioè “assenza di ozio”.

Nel mondo classico il livello delle scienze non era affatto basso, anzi. I Greci conoscevano tutti gli automatismi principali e la geometria di base (pensiamo ad Archimede o ad Eratostene), ma per i loro sapienti si trattava solo di “amore del sapere” (philosophia) e nient’altro. Platone cacciò dalla sua scuola un allievo che osò chiedergli a cosa servisse la geometria. Dunque, scienza sì, ma non tecnica. Conoscenza ma non applicazione pratica della conoscenza. Perdere tempo per migliorare le condizioni materiali di vita era considerato qualcosa di sbagliato.

Tutto questo fino a quando? Fino a quando la storia dell’Occidente non prese forma dal libro del Genesi. L’insistenza del “Dio disse” e del “Dio vide cosa buona” stanno a significare che Dio ha voluto creare la natura e che questa, proprio perché voluta da Dio, ha un valore positivo. Ma non solo. Il Genesi, dopo aver detto che l’uomo fu creato ad “immagine e somiglianza di Dio”, afferma che l’uomo può e deve dominare sulla natura (“che l’uomo domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo”). L’uomo non solo può conoscere la natura, ma può anche dominarla, modificarla. Da qui lo sviluppo non solo scientifico ma anche tecnologico.

Da qui anche la frase che ha veramente fatto l’Occidente: ora et labora. Anche le attività manuali hanno una grande dignità. E ogni uomo deve farne esperienza. Non a caso San Benedetto pretese che ogni monaco, oltre alla preghiera e allo studio, si sottoponesse al lavoro manuale.

 

Riferimenti bibliografici:

P. Scarpi, La religione greca, in (a cura di) G.Filoramo, Storia delle religioni, vol. I, Roma-Bari, Laterza, 1994

Eva Cantarella, I supplizi capitali in Grecia e a Roma, Milano, Rizzoli, 1991

J. Chadwick, La vita nella Grecia micenea. L’Antico Mediterraneo, Le Scienze, 1983



Corrado Gnerre 15 ottobre 2013






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