Il Giudizio Cattolico

Ama la verità; mostrati qual sei, e senza infingimenti e senza paure e senza riguardi.
E se la vita ti costa la persecuzione, e tu accettala; e se il tormento, e tu sopportalo.
E se per la verità dovessi sacrificare te stesso e la tua vita, e tu sii forte nel sacrificio.
San Giuseppe Moscati

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> Teologia, fede, morale

Vito Mancuso, la coscienza… e la teologia alla napoletana



Quando dico che vivo a Benevento e lo dico non dalle mie parti, chi mi ascolta pensa subito ad una città vicino Napoli. È vero, la mia città dista solo 60 chilometri dal capoluogo partenopeo, ma a me piace ricordare che Benevento ha sempre storicamente gravitato su Roma e non su Napoli. D’altronde quando ai Garibaldini si affidò la cosiddetta “liberazione”, la mia città era un’enclave pontificia e non apparteneva al Regno delle Due Sicilie.

Ma perché questa premessa? Preciso che a me Napoli piace. Ci sono legato e lì ho fatto i miei studi universitari. Mi piace il suo folclore, la sua cultura, la sua storia … ma molto meno mi piace l’approssimazione che la domina, e con approssimazione intendo la sua capacità di “trovare l’inganno dopo che è stata fatta la legge”, come suole dire il famoso proverbio.

Certo, Napoli è Napoli. Se ha esportato la pizza (che è una cosa seria), se ha esportato la sfogliatella (che è una cosa altrettanto seria) e tante altre prelibatezze un motivo deve pur esserci; ma ha saputo esportare anche la sua mentalità. Domina ormai una “napoletanizzazione” planetaria. Faccio un esempio che conoscono tutti. Finanche le grandi aziende ora agiscono alla napoletana. Quando si riceve una telefonata di un’offerta commerciale e la si rifiuta, dopo qualche giorno richiamano e fanno un’altra offerta ancora, più vantaggiosa… Tant’è che molti ormai consigliano di tenere duro affinché con il passar del tempo quella offerta diventi ancora più attraente. Un po’ come si vende a Forcella (famoso rione di Napoli): il bancarellaro chiede una cifra, il potenziale acquirente fa una controfferta, poi questi, se vuole avere successo, deve fare finta di andarsene e quindi il bancarellaro richiama abbassando ancora il prezzo. Insomma, una specie di “liturgia” del prendersi in giro.

Ora, che la napoletanizzazione abbia coinvolto anche il commercio delle grandi aziende è risaputo, ma che abbia intaccato anche la teologia contemporanea è quanto dire.

Prendiamo la famosa espressione: a Napoli il rosso del semaforo non è un obbligo, ma un consiglio. Questo mi è venuto da pensare allorquando ho letto su La Repubblica del 17 ottobre scorso un pezzo, Il primato della coscienza, firmato dal “teologo” Vito Mancuso a proposito della discussione in merito alle recenti esternazioni di papa Francesco sulla coscienza, soprattutto quella inserita nell’intervista rilasciata a Santa Marta al dottor Eugenio Scalfari. Ebbene, Mancuso dice così: «La risposta del cattolicesimo, riprodotta alla perfezione nella lettera del Papa a Scalfari (…) è semplice e chiara: 1)Esiste un bene comune a tutti gli uomini, universale, oggettivo, che non dipende dalle circostanze o dai sentimenti o dalle emozioni, ma che si sostanzia nella natura delle cose; 2) tale bene consiste in ciò che favorisce la vita e come tale ogni uomo può riconoscerlo mediante la luce della propria coscienza. La capacità di conoscere il bene oggettivo mediante la coscienza soggettiva viene espressa dal cattolicesimo con il concetto classico di sinderesi. (…)Il primato della coscienza (non ontologico, ma gnoseologico) è un concetto peculiare del cattolicesimo che papa Francesco non ha fatto altro che ripresentare. (…) per la vita morale non sono indispensabili, leggi, codici, esteriorità, autorità: esiste un messaggio etico “immanente” nella natura delle cose, e gli uomini, credenti o no, con la loro coscienza, sulla base della sinderesi, “sono in grado di decifrarlo”. Ne viene che ognuno con la sua ragione può essere in grado di stabilire cosa è giusto fare e cosa evitare, basta che sia onesto con se stesso. Naturalmente ciò non è per nulla facile, e per questo sono di aiuto le leggi, i codici e tutti gli apparati esteriori promossi dall’autorità, i quali però devono venire ultimamente vagliati, e per così dire autorizzati, dalla luce della coscienza. La tradizione cattolica è chiara al riguardo».

Traduco in concetti più semplici. Da una parte occorre salvaguardare l’oggettività della legge morale, dall’altra la libertà della coscienza. Salvaguardare l’oggettività della legge morale senza precludere la libertà individuale, salvaguardare la libertà individuale senza precludere l’oggettività della legge morale e quindi evitando una deriva relativista, individualista e soggettivista. Siamo però nel campo della pura sofistica, ovviamente non nel senso puramente filosofico, perché i sofisti erano relativisti a tutti gli effetti, bensì nel senso del metodo: giocare con le parole e sui concetti per dire e non dire, per affermare e negare, per dare e togliere, insomma per contraddirsi senza contraddirsi.

Ora, oltre al fatto che Mancuso cita il concetto di sinderesi estrapolandolo da un sistema, qual è quello tomistico, in cui il suo significato non può essere in contraddizione con la priorità ontologica e logica della verità; oltre a questo – dicevo – Mancuso non spiega come possano accordarsi praticamente la priorità della legge universale con la libertà della coscienza individuale. Dice anche (e questo è tipico di certi artifici linguistici) che l’equilibrio non è facile da raggiungersi, ma poi lascia intendere che sarebbe possibile… E come? Facciamo un esempio: Mario Rossi sa che la legge morale dice una determinata cosa, ma poi, nella sua coscienza individuale, può decidere se è come eventualmente applicare questa legge morale situazione per situazione. Mancuso dice anche che non si tratta di proporre un “primato ontologico” della coscienza quanto un “primato gnoseologico”. Capite bene che in questo caso il relativismo cacciato dalla finestra rientra inevitabilmente dalla porta. D’altronde una posizione di questo tipo è tipica del cosiddetto “situazionismo”, teoria morale (anzi: amorale e perfino immorale) peculiare del XX secolo.

Si potrebbe obiettare: ma Mario Rossi può decidere solo in un ambito che non contraddica palesemente la legge morale. Obiezione, questa, che non tiene. La legge morale, se è legge morale, va sempre rispettata e va rispettata integralmente, altrimenti non è più legge ma consiglio e, se è consiglio, vale quanto il due di briscola, se ne può fare quello che si vuole, né più né meno.

Il fatto è, cari lettori, che siamo in tempi poco seri. Così come è poco serio il gioco delle parti che spesso si realizza nelle compere, nel commercio da quattro soldi, nel puro affarismo di bottega. In tempi più seri le parole e i concetti venivano utilizzati nel loro preciso significato: se si diceva A era A, se si diceva B era B. Così come il semaforo: se è rosso è rosso.

Ma oggi no. La “napoletanizzazione” domina per cui tutti parlano come colui che venne fermato ad un semaforo di Mergellina: Era rosso? Che strano, non mi è sembrato. Ma forse era un rosso che ancora era un po’ giallo.

La legge morale? E va be’ …. La legge comanda, ma poi si fa come si fa.   

  


Corrado Gnerre 12 novembre 2013






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