Il Giudizio Cattolico

Ama la verità; mostrati qual sei, e senza infingimenti e senza paure e senza riguardi.
E se la vita ti costa la persecuzione, e tu accettala; e se il tormento, e tu sopportalo.
E se per la verità dovessi sacrificare te stesso e la tua vita, e tu sii forte nel sacrificio.
San Giuseppe Moscati

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Le zone a luci rosse, DSK e lo sguardo paterno



Negli ultimi giorni due argomenti di tipo sociosessuale si sono rincorsi sulle pagine dei giornali arricchendosi dei commenti di scrittori, tuttologi o semplicemente collaboratori un tanto ad articolo delle testate. È interessante aver avuto un’ulteriore occasione per rimarcare come nella porzione di cultura contemporanea che si esprime nel politically correct dell’opinione corrente ospitata dai media, i ragionamenti sono sempre monchi dell’ultimo passaggio del pensiero, quello che ci mette in contatto con la verità universale che coincide con la nostra personale, riguardando l’umano, cioè l’elemento comune che ci permette di parlare di qualcosa che condividiamo a prescindere dalle sovrastrutture e dal contingente.

I due temi portati all’attenzione a cui mi riferisco sono stati l’opportunità, prospettata dal sindaco, di creare a Roma le cosiddette “zone a luci rosse” adibite al commercio sessuale e il processo a Dominique Strauss-Kahn, l’ex presidente del Fondo Monetario Internazionale, chiamato a rispondere dell’accusa di sfruttamento della prostituzione. Ci è capitato in proposito di leggere, oltre alle prese di posizione cattoliche, molto più chiare in merito con i loro Sì e i loro No decisi, tre pezzi di altrettante “firme” come Maraini, Bossi Fedrigotti e Trevi, sul quello che è considerato, per vendite e per prestigio il più importante quotidiano nazionale, vale a dire il Corriere della Sera.

Partendo dal primo tema e considerando esauriente a livello della responsabilità dello stato la presa di posizione del prefetto Pecoraro e del comandante dei Vigili Clemente («Le zone a luci rosse non si possono fare, perché significherebbe ammettere la prostituzione, cioè dire che è lecita. Nel momento in cui si indicano delle zone significa favoreggiamento, cioè indurre a fare prostituzione in quelle aree”) prendiamo in considerazione per gli altri aspetti coinvolti l’articolo della nota scrittrice (La prostituzione e le colpe dei clienti. Non servono ghetti ma lezioni a scuola del 10/2). Parte fornendo dati importanti (“Dal 70 all’80% delle prostitute, secondo le stime dell’Onu, ormai sono straniere in Europa. E quasi la totalità di queste straniere sono private dei passaporti, rese clandestine e senza diritti, proprietà di commercianti di carne umana che le comprano come merce da sfruttare e pretendono di farsi ripagare il prezzo dell’acquisto e del trasporto, aumentato del trecento per cento, dall’attività sessuale forzata e dai ritmi feroci degli accoppiamenti di strada. Un commercio che rende ai trafficanti milioni e milioni di euro, diretto e condotto da varie mafie. (..) L’industria della prostituzione rappresenta una voce importante nel Pil di molti paesi europei. In Olanda corrisponde a circa il 5%, in Giappone è fra l’1 e il 3%, in paesi come la Thailandia, l’Indonesia, la Malaysia e le Filippine si calcola che rappresenti fra il 2 e il 14 % dell’insieme delle attività economiche. In Italia si quantifica approssimativamente che il giro di affari vada dai 150 ai 250 milioni di euro al mese.”) per ovviare all’ignoranza più o meno ipocrita sul fenomeno della tratta delle bianche (cosa c’è dietro questo semplice scambio di prestazioni contro soldi? ... quanti sanno che ormai non si tratta più di donne adulte e libere che vendono autonomamente il proprio corpo, cosa lecita nel nostro Paese, ma sempre più di donne soggette a tratte internazionali, nuove schiave che vengono trattate peggio degli animali da macello?”) e per stigmatizzare le presunte soluzioni improntate alla politica del minor danno (“Spostare questo commercio in una specie di quartiere a luci rosse, forse può soddisfare qualche cittadino che non vuole essere disturbato, ma non affronta il problema né aiuta a risolverlo. (…) È facile dire che la prostituzione è sempre esistita, che "bisogna abituarsi a conviverci"…).

Ecco, appunto…e poi si inoltra nelle motivazioni di fondo che spingono il cliente ad usufruire della profferta (“il bisogno di dominare l’altro: se compro un corpo, anche per pochi minuti, questo corpo mi appartiene, posso farne quello che voglio.”). Tutto chiaro? Mica tanto, perché rimane quella zona d’ombra su quelle “donne adulte e libere che vendono autonomamente il proprio corpo, cosa lecita nel nostro Paese” che non escludono un giudizio neutro sulla prostituzione in se stessa (“Ricordo le due coraggiose lucciole di Pordenone che negli anni Settanta hanno teorizzato il diritto alla vendita consapevole del proprio corpo e hanno aiutato molte donne della strada a recuperare la stima di sé.”). Ma una che si prostituisce che stima di se stessa può avere e perché Don Oreste Benzi come ricorda Antonello Iapicca su La Croce chiedeva alle ragazze di strada “quanto soffri?” invece del “quanto costi?”

Lasciamo in sospeso la domanda e cambiamo apparentemente argomento passando al Elogio del libertino (non di Strauss-Kahn) della Bossi Fedrigotti che, come espresso dal titolo, esamina la vicenda di Monsieur DSK, forse influenzata dalla nazionalità del soggetto, alla luce della figura del libertino…(“Libertino è bello? Ovvio che sì. Perché il libertino è scapestrato, anarchico, rivoluzionario oltre che libero, naturalmente. Non si attiene a noiose regole buone per le masse, è diverso, speciale, affascinante, seducente.(…)Non vorrebbero tutti gli uomini essere come loro? E tutte le donne non sognano forse in fondo al cuore di avere a che fare, per una volta, almeno, con un uomo così, invece del fedele fidanzato o marito non tanto brillante, non (più) tanto eccitante?”) e non gli basta perché da donna estende il concetto al suo stesso sesso (“la libertina la si può prendere e lasciare senza troppe cerimonie, cerca spasso, la libertina, cerca diversivo, divertimento, avventura, non banale accasamento, non la solita, uggiosa sistemazione di coppia.”). Anche se per quanto attiene al politico francese opera infine un distinguo (“stando alle testimonianze delle dirette interessate, nel corso degli incontri le ha trattate «come bestie»? Sia che fossero, come sostiene l’accusa, prostitute sia che, come sostiene l’imputato, fossero, invece, semplicemente giovani donne «vogliose di giocare», trattare come bestia una «compagna di giochi» più che a libertinaggio fa in realtà pensare a perversione.”). Quindi il perverso si identificherebbe per la psicologa esclusivamente con la bestialità… Chi invece paga in cambio di favori sessuali sarebbe quindi normale… E poi che c’entra il paragone con il libertino, non mi risulta che Casanova o Don Giovanni pagassero le loro avventure; nevrotici e ossessivi certamente, non per niente oggetto patologico di saggi vari, ma rispetto ai prosseneti quelli almeno rischiavano tutto nella seduzione risparmiandosi la meschinità del pagamento.

Insomma a latitare è un criterio certo che fa discendere il giudizio sul bene e sul male da un paradigma stabile, non soggettivo. Ma il crescendo relativista non si ferma qui, manca Emanuele Trevi (Processo Strauss-Kahn la gogna mediatica dell’ultimo libertino) che ci rifà col libertino e, diabolicamente o meno che sia, persevera nell’errore di valutazione… (“il libertino è un individuo che assegna al piacere un ruolo esistenziale che altri non sono in grado o non vogliono assegnargli. In questo senso il libertino è un anarchico, un sovversivo, uno che mette sul trono della realtà qualcosa che non dovrebbe starci, che nessuna ideologia politica o tradizione religiosa approverebbe. La sua sconcertante e variopinta figura attraversa la Storia come un’anomalia, una possibilità, un sogno ad occhi aperti che mina i fondamenti stessi della società. La società è il perfetto contrario del libertino: esiste in virtù di una regolamentazione, di un addomesticamento del piacere, e del senso di virtù che ne deriva. Non è che la società voglia produrre monaci che si ritirano nel deserto scambiando le donne per diavoli. Ma elabora un modello di vita affettiva e di piacere sessuale molto stabile, fondamentalmente monogamico, nel quale molto spesso la fedeltà usurpa i diritti della felicità. Fuori dal cerchio magico della coppia, si è sempre guardati con sospetto. (…) Come il suo archetipo, l’aristocratico Don Giovanni, l’ex direttore del Fondo monetario internazionale ha fatto del suo stesso prestigio un terreno di caccia, uno strumento di seduzione. (…) Magari di tanto in tanto avrà pensato di ravvedersi, magari si è sempre accettato per quello che è: fatto sta che la sua natura ha sempre prevalso non solo sul buon senso, ma anche sul decoro che appare connaturato a certe responsabilità e a certi mestieri. (…) Con DSK, a subire una condanna sarebbe un certo tipo d’uomo, che può anche fare schifo come a me è simpatico.(…) Sono tra coloro che pensano che mai un uomo o una donna dovrebbero essere messi alla sbarra, se adulti e consenzienti, per aver comperato o venduto piacere sessuale, organizzando festini o qualunque altra cosa volessero fare. E per togliere di mezzo l’ipocrisia, aggiungo che se qualcuno si incarica di organizzare uno di questi festini, la legge non ci dovrebbe vedere nessun male, perché ogni commercio umano si avvale di mediatori, e appunto di organizzatori.”).

Ora sovrapponendo i tre articoli, sfrondandoli di ciò che li differenzia e riposizionandoli indipendentemente dalle sensibilità maschili e femminili, risultano avere come minimo comun denominatore il concetto che il consenso dell’adulto rispetto a una pratica purchessia la rende di per sé lecita, che non a caso è il principio a cui si è appellato Strauss-Kahn di fronte al magistrato donna che lo interrogava. Non ci siamo. Ed è proprio quell’atteggiamento di don Benzi che ci aiuta a capire che quello che manca è lo sguardo di un padre e di una madre che discrimina ciò che è buono e giusto e ciò che non lo è: di fatti per un padre e una madre è semplicemente intollerabile che sua figlia si prostituisca e così tutte le altre donne che sono pur esse figlie, perché sa bene che quel tipo di degrado esistenziale è effetto a sua volta della mancanza di una paternità-guida che è venuta meno nella trasmissione coerente del modello. Quello sguardo da padre che evidentemente manca a SFK e a Trevi, quello sguardo di madre che stenta a venir fuori anche dai pezzi della Maraini e della Bossi Fedrigotti. Ed è veramente preoccupante che su media così influenti e diffusi anche a livello scolastico ci si attesti su posizioni morali così di minima e se ne cerchi continuamente la giustificazione e l’approvazione senza mai provare a mettere in relazione gli argomenti che si vanno via via trattando con una narrazione dell’umano antropologica e cristiana, il paradigma di cui sopra.

 

PS Prima di trascrivere la conclusione di questo contributo faccio un salto all’Istituto di Studi Pirandelliani e del Teatro Contemporaneo in via Bosio già residenza del premio Nobel agrigentino ad ascoltare proprio la Maraini parlare della sua esperienza di drammaturga e quindi di teatro. Nell’introduzione il presidente Paolo Petroni cita come caratteristica precipua dell’ospite presente lo “sguardo femminile”… E che cos’è di grazia se non quello di una madre, o quantomeno di una donna che deve ancora diventarlo o che non lo è diventata? Se lo sguardo femminile non è materno allora che cos’è? Ma poi inizia la conversazione dell’autrice e parlando di Pirandello vengono fuori i Sei personaggi in cerca d’autore dove il dramma sta tutto nel “padre che va al bordello e incontra la figlia”. Ma guarda un po’. Quindi, come sempre accade, inevitabilmente la Maraini evoca gli spiriti di Moravia, di Siciliano e di Pasolini, l’autore di Mamma Roma… Ecco, si può parlare di prostituzione prescindendo dalla sofferenza di quella madre magistralmente interpretato dalla Magnani? Da quella famosa camminata nell’oscurità della notte? E potremmo chiudere benissimo con queste domande se per rispetto della cronaca della serata non dovessimo citare l’ultima domanda fatta alla scrittrice sull’importanza per gli sviluppi della sua vita del padre antropologo…


Stefano degli Abbati 19 febbraio 2015






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