Il Giudizio Cattolico

Ama la verità; mostrati qual sei, e senza infingimenti e senza paure e senza riguardi.
E se la vita ti costa la persecuzione, e tu accettala; e se il tormento, e tu sopportalo.
E se per la verità dovessi sacrificare te stesso e la tua vita, e tu sii forte nel sacrificio.
San Giuseppe Moscati

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La verità sull'islam



Quello attuale rappresenta certamente uno dei periodi piu’ drammatici della storia degli ultimi anni, non soltanto a causa della grave crisi economica, spirituale e morale che è sotto gli occhi di tutti, ma anche della situazione delicata nei rapporti con l’Islam, acuita dai violenti attacchi terroristici attuati dai jihadisti, i quali stanno seminando terrore e sgomento in tutto il mondo e, di recente, anche in Europa.

Nell’analizzare questa problematica, desidero innanzitutto partire dal celebre discorso pronunciato da Papa Benedetto XVI all’Università di Ratisbona nel settembre 2006, che rappresenta certamente una pietra miliare del Magistero della Chiesa Cattolica non solo nel giusto rapporto tra fede e ragione, ma anche con la religione musulmana, esaminando accuratamente il pensiero del dotto imperatore bizantino Manuele II Paleologo. Riporto testualmente un passaggio molto significativo della lectio magistralis del Sommo Pontefice.

“Nel settimo colloquio (διάλεξις – controversia) edito dal prof. Khoury, l'imperatore tocca il tema della jihād, della guerra santa. Sicuramente l'imperatore sapeva che nella sura 2, 256 si legge: "Nessuna costrizione nelle cose di fede". È probabilmente una delle sure del periodo iniziale, dice una parte degli esperti, in cui Maometto stesso era ancora senza potere e minacciato. Ma, naturalmente, l'imperatore conosceva anche le disposizioni, sviluppate successivamente e fissate nel Corano, circa la guerra santa. Senza soffermarsi sui particolari, come la differenza di trattamento tra coloro che possiedono il "Libro" e gli "increduli", egli, in modo sorprendentemente brusco, brusco al punto da essere per noi inaccettabile, si rivolge al suo interlocutore semplicemente con la domanda centrale sul rapporto tra religione e violenza in genere, dicendo: "Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli redicava".

L'imperatore, dopo essersi pronunciato in modo così pesante, spiega poi minuziosamente le ragioni per cui la diffusione della fede mediante la violenza è cosa irragionevole. La violenza è in contrasto con la natura di Dio e la natura dell'anima. "Dio non si compiace del sangue - egli dice -, non agire secondo ragione, „σὺν λόγω”, è contrario alla natura di Dio. La fede è frutto dell'anima, non del corpo. Chi quindi vuole condurre qualcuno alla fede ha bisogno della capacità di parlare bene e di ragionare correttamente, non invece della violenza e della minaccia… Per convincere un'anima ragionevole non è necessario disporre né del proprio braccio, né di strumenti per colpire né di qualunque altro mezzo con cui si possa minacciare una persona di morte…"

Com’è noto, queste eloquenti affermazioni di Papa Benedetto XIV suscitarono all’epoca grandi critiche sia nel mondo cattolico progressista che in quello musulmano. Tuttavia, a distanza di quasi dieci anni, sono di dirompente attualità, com’è stato anche confermato di recente su Asia News da Padre Samir Khalil Samir, gesuita arabo, docente di storia araba e di islamologia all’Università di Beirut.

L’islam dovrebbe affrontare a fondo le tematiche della modernità: l’interpretazione di fondo del Corano, la non violenza, la libertà di coscienza, ma nessuno osa farlo. Una prima cosa che varrebbe la pena accettare da parte di tutti è il principio della non violenza. Tutti i musulmani affermano che “l’Islam è pace”, che non è violento, ecc… ma allora perché alle «scurrili» vignette di Charlie Hebdo si risponde «con la violenza? Perché a uno scritto non rispondere con uno scritto? Finché l’islam, invece di battersi contro gli altri – apostati, cristiani, occidente, atei – non farà un’autocritica e riconoscerà che il problema è al suo interno, non se ne verrà fuori e i Paesi islamici saranno sempre più caratterizzati dalla guerra fra di loro. Vorrei dire agli amici musulmani: affrontate, fate l’autocritica, ripensate l’islam per oggi, reinterpretate le parole del profeta. Anche nella Bibbia vi sono versetti che inneggiano alla guerra. Ma tutti noi comprendiamo che occorre reinterpretarle e non prenderle alla lettera».

In questo scenario caratterizzato da atti di inaudita violenza, ritornano purtroppo alla mente le parole profetiche pronunciate  dalla giornalista Oriana Fallaci, scomparsa nel 2006, all’indomani dell’attentato alle torri gemelle a New York, verificatosi l’11 settembre 2001.

“Il declino dell’intelligenza è il declino della Ragione. E tutto ciò che oggi accade in Europa, in Eurabia, ma soprattutto in Italia è declino della Ragione. Prima d’essere eticamente sbagliato è intellettualmente sbagliato. Contro Ragione. Illudersi che esista un Islam buono e un Islam cattivo ossia non capire che esiste un Islam e basta, che tutto l’Islam è uno stagno e che di questo passo finiamo con l’affogar dentro lo stagno, è contro Ragione. Non difendere il proprio territorio, la propria casa, i propri figli, la propria dignità, la propria essenza, è contro Ragione. Accettare passivamente le sciocche o ciniche menzogne che ci vengono somministrate come l’arsenico nella minestra è contro Ragione. Assuefarsi, rassegnarsi, arrendersi per viltà o per pigrizia è contro Ragione. Morire di sete e di solitudine in un deserto sul quale il Sole di Allah brilla al posto del Sol dell’Avvenir è contro Ragione. Perché non si può purgare l’impurgabile, censurare l’incensurabile, correggere l’incorreggibile. Ed anche dopo aver cercato il pelo nell’uovo, paragonato l’edizione della Rizzoli con quella dell’Ucoii, qualsiasi islamista con un po’ di cervello ti dirà che qualsiasi testo tu scelga la sostanza non cambia. Le Sure sulla jihad intesa come Guerra Santa rimangono. E così le punizioni corporali. Così la poligamia, la sottomissione anzi la schiavizzazione della donna. Così l’odio per l’Occidente, le maledizioni ai cristiani e agli ebrei cioè ai cani infedeli”.

Parole molto forti, pronunciate da una giornalista intellettualmente onesta, la quale aveva focalizzato molto bene il nocciolo del problema, ossia la crisi morale e spirituale diffusasi in tutta l’Europa, avvolta da un relativismo e da un nichilismo molto profondi, di chiaro stampo massonico-mondialista, che hanno soppiantato i valori cristiani, che avevano consentito nei secoli passati la formazione dell’identità europea, com’è stato anche evidenziato di recente su Tempi da Camille Paglia, intellettuale di sinistra e femminista attiva, dichiaratamente atea.

“Sono una militante della libertà di espressione e un’atea, ma rispetto profondamente la religione come sistema simbolico e metafisico. Odio profondamente le becere derisioni alla religione che sono un luogo comune dell’intellighentia occidentale secolarizzata. Ho scritto che Dio è la più grande idea che sia venuta all’umanità. Niente dimostra l’isolamento della sinistra dalla gente quanto la derisione della religione, che per la maggior parte degli uomini rimane una caratteristica vitale per la loro identità. Le vignette di Charlie Hebdo erano crude, noiose e infantili, insultavano il credo di altre persone senza nessuna vera ragione artistica. Il massacro è stata una atrocità barbara e la libertà di espressione deve essere garantita in tutte le democrazie moderne. Ma quale visione della vita propone il liberalismo che sia più grande delle prospettive cosmiche della grandi religioni? Siamo in un periodo simile a quello del tardo impero romano, quando una élite sofisticata, secolare e con uno stile di vita sessualmente libero pensava che il suo mondo fosse eterno. Il suo vuoto spirituale era la sua condanna. Quella che è arrivata dalla Palestina era una religione di passione e mistero che valorizzava il martirio. L’Occidente ha perso la strada, che cos’ha da offrire oggi?»

A questa giusta domanda, che interroga tutte le nostre coscienze, desidero rispondere con le illuminanti parole pronunciate da Papa Benedetto XVI lo scorso 21 ottobre presso la Pontificia Università Urbaniana, in occasione della dedica della propria aula magna al Pontefice tedesco e dell’inaugurazione dell’anno accademico dell’ateneo.

Oggi in molti, in effetti, sono dell’idea che le religioni dovrebbero rispettarsi a vicenda e, nel dialogo tra loro, divenire una comune forza di pace. In questo modo di pensare, il più delle volte si dà per presupposto che le diverse religioni siano varianti di un’unica e medesima realtà; che “religione” sia il genere comune, che assume forme differenti a secondo delle differenti culture, ma esprime comunque una medesima realtà. La questione della verità, quella che in origine mosse i cristiani più di tutto il resto, qui viene messa tra parentesi. Si presuppone che l’autentica verità su Dio, in ultima analisi, sia irraggiungibile e che tutt’al più si possa rendere presente ciò che è ineffabile solo con una varietà di simboli. Questa rinuncia alla verità sembra realistica e utile alla pace fra le religioni nel mondo. E tuttavia essa è letale per la fede. Infatti, la fede perde il suo carattere vincolante e la sua serietà, se tutto si riduce a simboli in fondo interscambiabili, capaci di rimandare solo da lontano all’inaccessibile mistero del divino».

Parole che si ricollegano idealmente a quelle pronunciate dal grande San Francesco d’Assisi nella Legenda Maior di San Bonaventura al Soldano di Babilonia, racconto straordinario pubblicato sul Timone.

“Francesco, il servo di Dio, con cuore intrepido rispose che egli era stato inviato non da uomini, ma da Dio Altissimo, per mostrare a lui e al suo popolo la via della salvezza e annunciare il Vangelo della verità. E predicò al Soldano il Dio uno e trino e il Salvatore di tutti, Gesù Cristo, con tanto coraggio, con tanta forza e tanto fervore di spirito, da far vedere luminosamente che si stava realizzando con piena verità la promessa del Vangelo: «Io vi darò un linguaggio e una sapienza a cui nessuno dei vostri avversari potrà resistere o contraddire» (Lc 21,15). Anche il Soldano, infatti, vedendo l’ammirevole fervore di spirito e la virtù dell’uomo di Dio, lo ascoltò volentieri e lo pregava vivamente di restare presso di lui. Ma il servo di Cristo, illuminato da un oracolo del cielo, gli disse: «Se, tu col tuo popolo, vuoi convertirti a Cristo, io resterò molto volentieri con voi. Se, invece, esiti ad abbandonare la legge di Maometto per la fede di Cristo, dà ordine di accendere un fuoco il più grande possibile: io, con i tuoi sacerdoti, entrerò nel fuoco e così, almeno, potrai conoscere quale fede, a ragion veduta, si deve ritenere più certa e più santa». Ma il Soldano, a lui: «Non credo che qualcuno dei miei sacerdoti abbia voglia di esporsi al fuoco o di affrontare la tortura per difendere la sua fede» (egli si era visto, infatti, scomparire immediatamente sotto gli occhi, uno dei suoi sacerdoti, famoso e d’età avanzata, appena udite le parole della sfida). E il Santo a lui: «Se mi vuoi promettere, a nome tuo e a nome del tuo popolo, che passerete alla religione di Cristo, qualora io esca illeso dal fuoco, entrerò nel fuoco da solo. Se verrò bruciato, ciò venga imputato ai miei peccati; se, invece, la potenza divina mi farà uscire sano e salvo, riconoscerete Cristo, potenza di Dio e sapienza di Dio, come il vero Dio e signore, salvatore di tutti» (1Cor 1,24; Gv 17,3 e 4,42). Ma il Soldano gli rispose che non osava accettare questa sfida, per timore di una sedizione popolare. Tuttavia gli offrì molti doni preziosi; ma l’uomo di Dio, avido non di cose mondane ma della salvezza delle anime, li disprezzò tutti come fango. Vedendo quanto perfettamente il Santo disprezzasse le cose del mondo, il Soldano ne fu ammirato e concepì verso di lui devozione ancora maggiore. E, benché non volesse passare alla fede cristiana, o forse non osasse, pure pregò devotamente il servo di Cristo di accettare quei doni per distribuirli ai cristiani poveri e alle chiese, a salvezza dell’anima sua. Ma il Santo, poiché voleva restare libero dal peso del denaro e poiché non vedeva nell’animo del Soldano la radice della vera pietà, non volle assolutamente accondiscendere. Vedendo, inoltre, che non faceva progressi nella conversione di quella gente e che non poteva realizzare il suo sogno, preammonito da una rivelazione divina, ritornò nei paesi cristiani”.

Occorre pertanto riscoprire la nostra identità cattolica, partendo naturalmente dalla bellezza e dal fascino irresistibile della Parola di Dio e anche dal coraggio della testimonianza, come fece l’umile frate d’Assisi, con l’intento di portare al mondo intero la salvezza di Nostro Signore  Gesu’ Cristo, che è Via, Verità e Vita per ogni uomo.

Gianluca Martone 27 febbraio 2015






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