Il Giudizio Cattolico

Ama la verità; mostrati qual sei, e senza infingimenti e senza paure e senza riguardi.
E se la vita ti costa la persecuzione, e tu accettala; e se il tormento, e tu sopportalo.
E se per la verità dovessi sacrificare te stesso e la tua vita, e tu sii forte nel sacrificio.
San Giuseppe Moscati

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> Teologia, fede, morale

Famiglie irregolari e “comunione imperfetta”



I sette mesi che ci separano dal secondo e definitivo Sinodo episcopale sulla famiglia saranno determinanti nel creare un clima che prepari la vittoria di uno dei due schieramenti che si vanno contrapponendo. Pertanto, è importante capire fin da ora che, nel passato Sinodo, il fronte conservatore ha ottenuto un successo solo parziale, perché non è riuscito ad impedire che nei documenti finali fossero inseriti alcuni princìpi e orientamenti scandalosi.

Una svolta pastorale che sottintende una premessa dottrinale

Il p. Antonio Spadaro, direttore della Civiltà Cattolica e osservatore sinodale scelto da Papa Francesco, così riassume il presupposto della svolta sinodale: «Non si pone una distanza – o, peggio, una opposizione – tra Dio e la Storia» (A. Spadaro S.J., Introduzione a La famiglia è il futuro. Tutti i documenti del Sinodo straordinario 2014, Edizioni La Civiltà Cattolica, Roma 2014, cit., p. 26), ossia, più chiaramente, tra la Chiesa e la Rivoluzione secolarista e permissiva. In questa prospettiva, «riteniamo necessario che la Chiesa, a tutti i suoi livelli, s’interroghi non solamente su questa o quella questione particolare ma, grazie ad esse, anche sul modello ecclesiologico che incarna» (cit., pp. 27-28). L’evoluzione storica impone infatti di sostituire il vecchio modello ecclesiale della “fortezza assediata” con quello della “tenda nomade piantata nel deserto” che funziona come “ospedale da campo”, allo scopo di “accompagnare il popolo” nel suo cammino per le travagliate vie della storia curandone le ferite ricevute; ma senza pretendere d’indicarne l’orientamento o di correggerne i programmi e il comportamento, perché questo sarebbe integrismo e massimalismo.

Fra le proposte sinodali, quella che ha suscitato maggiore sconcerto prospetta di dare una qualche forma di legittimazione religiosa a individui e famiglie irregolari, ossia in stato di peccato: divorziati volontari, divorziati-risposati, unioni civili, coppie conviventi (anche omosessuali). Si tratta di un’apertura non semplicemente “pastorale”, ma anche disciplinare e implicitamente dottrinale: un tentativo di giustificare la situazione di peccato, anche pubblico, in cui si trovano “persone e famiglie ferite”, fino al punto d’ipotizzarne l’ammissione all’Eucaristia.

Questa “svolta pastorale” diventa più comprensibile, ma non certo ammissibile, se la consideriamo alla luce del principio con cui è stata giustificata: quello della “gradualità della legge” morale e religiosa, gradualità che ammetterebbe come valida una “comunione imperfetta” (o “incompiuta” o “parziale”) tra i coniugi, così come tra loro e la Chiesa, tra i fedeli e Dio. Ciò appare dagli accenni forniti non tanto dalla conclusiva Relatio Synodi (RS, del 18 ottobre 2014), quanto dalla intermedia Relatio post Disceptationem (RpD, del 13 ottobre 2014), che ha sintetizzato la prima fase dei lavori ma che è stata contestata e parzialmente corretta dalla stessa assemblea sinodale.

Va notato che nella finale votazione sinodale le tesi più gravi tra quelle che stiamo per riferire non hanno ottenuto quella maggioranza qualificata dei consensi necessaria per essere inserite nella Relatio Synodi. Tuttavia, vi appaiono ugualmente per volontà esplicita di Papa Francesco, per cui anche queste tesi costituiranno la base della discussione nel prossimo Sinodo; è quindi importante prenderle in attenta considerazione; ne indicheremo in corsivo le parole e le frasi più significative.

 .L’apertura sinodale alle unioni irregolari

Il Sinodo premette che «il cambiamento antropologico-culturale oggi richiede un approccio capace di cogliere le forme positive della libertà individuale» (RpD, n. 5), dunque anche delle scelte di vita compiute dagli sposi e dalle famiglie. «Occorre che nella proposta ecclesiale, pur presentando con chiarezza l’ideale, indichiamo anche elementi costruttivi in quelle situazioni che non corrispondono ancora, o non più, a tale ideale» (RpD, n. 36; RS, n. 41).

Come applicazione pratica di questa “svolta pastorale”, il Sinodo sostiene che bisogna considerare l’attuale situazione di coppie e famiglie irregolari non tanto nei loro aspetti negativi quanto in quelli positivi, capaci di evolversi verso forme di convivenza che, sebbene non corrispondano all’ideale evangelico, sono comunque «relazioni di qualità» (RS, n. 9) che dimostrano solidarietà di coppia o sociale. Fra queste “relazioni di qualità”, il Sinodo include le convivenze, i matrimoni civili, quelli tra divorziati-risposati, perfino tra omosessuali. Sono tutti stati di vita “imperfetti” ma parzialmente validi, tappe di un processo graduale che può compiersi nella perfetta famiglia cristiana: «Tutte queste situazioni vanno affrontate cercando di trasformarle in opportunità di cammino verso la pienezza del matrimonio e della famiglia» (RS, n. 43).

Ad esempio, «una nuova sensibilità della pastorale odierna, consiste nel cogliere gli elementi positivi presenti nei matrimoni civili e nelle convivenze» (RS, n. 41). «Anche in tali unioni è possibile cogliere autentici valori familiari, o almeno il desiderio di essi» (RpD, n. 38). Ad esempio, «le situazioni dei divorziati-risposati esigono un attento discernimento e un accompagnamento di grande rispetto, evitando ogni linguaggio e atteggiamento che li faccia sentire discriminati, e promuovendo la loro partecipazione alla vita della comunità ecclesiale» (RS, n. 51). Pertanto, il Sinodo non esclude la possibilità di ammettere i divorziati-risposati alla piena comunione ecclesiale e quindi all’Eucaristia, sia pure gradualmente e a certe condizioni (cfr. RpD, n. 47; RS, n. 52).

Perfino le convivenze omosessuali vanno considerate con rispetto, perché «vi sono casi in cui il mutuo sostegno costituisce un appoggio prezioso per la vita dei partners» (Rpd n. 52). Tali coppie possono avere «una crescita affettiva e di maturità umana ed evangelica, integrando la loro dimensione sessuale» (RpD n. 51). Pertanto, i conviventi omosessuali «hanno doti e qualità da offrire alla comunità cristiana» (RpD, n. 50).

Il p. Spadaro così riassume la questione: «La Chiesa è chiamata ad accompagnare i processi culturali e sociali che riguardano la famiglia, per quanto ambigui, difficili e poliedrici possano essere. (…) La Relatio Synodi ha accolto il desiderio di dare un riconoscimento agli elementi positivi anche nelle forme imperfette di famiglia e nelle situazioni problematiche. In questo senso, ha operato un cambio di prospettiva. Non ha messo davanti l’ideale per giudicare, alla luce di esso, il negativo delle situazioni imperfette, ma lo ha fatto (…) per riconoscere ciò che di positivo si può discernere anche in situazioni che non realizzano pienamente quell’ideale» (pp. 30 e 21).

Di conseguenza, i cristiani che si trovano in situazioni canonicamente irregolari e moralmente colpevoli, anche se scandalose, non dovrebbero considerarsi scomunicati né messi ai margini della Chiesa, anzi nemmeno discriminati: come insegna il neo-teologo Walter Veltroni, “nessuno deve sentirsi escluso”. «Occorre accogliere le persone con la loro esistenza concreta» (RS, n. 11), anche se immorale. Evitando di giudicarle, senza pretendere di convertirle, la Chiesa dovrebbe limitarsi ad accettare persone e coppie irregolari “così come sono”, prima esprimendo rispetto e stima e fiducia, poi accompagnandole nel loro cammino e avviandole a una graduale regolarizzazione per tappe che potrebbe arrivare fino alla “piena conformità” alla morale e alla “piena comunione” con la Chiesa.

Se quindi un sacerdote richiama alla coscienza della “persona in stato irregolare” il suo peccato, lo rimprovera della sua colpa e lo ammonisce a convertirsi rompendo i legami illeciti e regolarizzando la situazione matrimoniale, egli si comporta da zelante fanatico, da pastore intransigente, inumano e inopportuno, perché pretende che una situazione “complessa” e difficile si adegui a quella ideale, senza considerare gli aspetti positivi (etici e religiosi) della convivenza irregolare.

Come si vede, questa impostazione basata sul primato della persona sulla legge morale, della misericordia sul rigore, della carità sulla verità, non si limita a tollerare e curare pastoralmente la situazione peccaminosa, ma giunge ad accettarla e giustificarla dottrinalmente come un “male minore”, anzi come un “bene imperfetto”. Questo ci fa capire meglio come sia possibile che alcune associazioni cattoliche italiane abbiano recentemente proposto di legalizzare le convivenze, anche omosessuali, alla sola condizione che non vengano parificate alla famiglia fino al punto di poter adottare figli.

A questa impostazione e prospettiva, il sensus communis ci spinge ad obiettare che un uomo può solo essere sposo fedele o infedele, può aver contratto matrimonio valido o invalido, può avere una famiglia regolare o irregolare, può generare figli legittimi o illegittimi; tertium non datur. Allora ci domandiamo: come potrebbero mai esserci sposi “imperfettamente fedeli”, matrimoni “parzialmente validi”, famiglie “imperfettamente regolari”, figli “parzialmente legittimi”? Tutto questo non finisce col relativizzare il matrimonio sacramentale, giustificando le “nozze a tappe” e il “divorzio cattolico”?

 .Gradualità della legge morale e della comunione con Dio

Spesso una novità pastorale ne presuppone una dottrinale. Anche qui, l’“apertura pastorale” alle convivenze irregolari viene giustificata da una innovazione dottrinale, per quanto mascherata e ambigua. Essa si basa su due princìpi: quello della cosiddetta “gradualità della legge”, secondo cui può essere ammessa una conformità parziale alla morale cristiana; e quello della “gradualità della comunione”, secondo cui può essere ammessa una unione parziale con la Chiesa e con Dio stesso. Ossia, la “validità parziale” dei matrimoni e delle convivenze (anche omosessuali) è un’applicazione pratica della “conformità parziale” del soggetto alla legge morale, a sua volta confermata dalla “comunione parziale” del fedele con Dio e con la Chiesa.

Partendo dal presupposto che «la condiscendenza divina accompagna sempre il cammino umano» (RS, n. 14), «non è saggio pensare a soluzioni uniche o ispirate alla logica del “tutto o niente”» (RpD, n. 40). A questa impostazione integrista il Sinodo oppone che persone e relazioni vanno valutate secondo la «legge di gradualità» (RpD, n. 47), ossia tenendo conto del grado di consapevolezza della legge morale e religiosa e del grado di coinvolgimento nella situazione familiare e sociale vissuta.

Infatti, «occorre distinguere senza separare i diversi gradi mediante i quali Dio comunica all’umanità la grazia dell’alleanza» (RS, n. 13), rispettando quella «legge della gradualità (cfr. Familiaris consortio, n. 34) propria della pedagogia divina» (RpD, n. 13). La storicità e relatività della legge divina sarebbe dimostrata dal fatto che Dio stesso permise all’antico Israele di attenuare il rigore del matrimonio originario col matrimonio mosaico, tollerando il ripudio, le seconde nozze e la poliginia (cfr. Dt 24, 1 ss.). Con questo s’insinua che la Chiesa potrebbe oggi riammettere il divorzio, le seconde nozze e la poligamia per le “persone e famiglie ferite”, che si sentono messe in situazioni insostenibili, incapaci di mantenere un impegno matrimoniale unico e definitivo. Ma ciò significherebbe asservire la legge evangelica a una sorta di “morale della situazione”. Il tanto osannato progresso della legge morale si concretizzerebbe dunque in un ritorno alla tolleranza mosaica?

Per capire questa impostazione, bisogna riferirsi alle seguenti frasi-chiave della riflessione sinodale: «La dottrina dei gradi di comunione, formulata dal Concilio Vaticano II, conferma la visione di un modo articolato di partecipare al mysterium Ecclesiae da parte dei battezzati» (RpD, n. 18). «La Chiesa si volge con rispetto a coloro che partecipano alla sua vita in modo incompiuto e imperfetto, apprezzando più i valori positivi che custodiscono anziché i limiti e le mancanze. (…) Riguardo alle convivenze, ai matrimoni civili e ai divorziati-risposati, compete alla Chiesa di riconoscere quei “semi del Verbo” (cfr. Ad gentes, 11) sparsi oltre i suoi confini visibili e sacramentali» (RpD, n. 20).

Come si vede, un matrimonio imperfetto, parzialmente valido, o una famiglia imperfettamente, parzialmente legittima, sono possibili in quanto giustificati su un piano ben più generale ed elevato. La parziale conformità alla morale viene qui giustificata con la parziale conformità alla legge divina e alla comunione ecclesiale. Dunque, la conformità alla legge canonica e alla morale evangelica, la comunione con la Chiesa e l’unione con Dio, possono tutte essere imperfette, incompiute, parziali, secondo una scala di gradi più o meno elevati ma tutti comunque validi. Tra un ostinato libertino e un casto monaco, tra chi vive in peccato mortale e chi vive una santità eccelsa, tra l’apostata e il fedele, tra uno scomunicato e un membro vivo della Chiesa, insomma tra chi nega Dio e chi è unito a Lui, esiste solo una differenza di grado, non qualitativa ma quantitativa.

Pertanto, nessuno può essere considerato scomunicato o nemico della Chiesa, per il semplice fatto che, come afferma il Concilio Vaticano II, «Dio si è unito ad ogni uomo», sia pure solo «in un certo qual modo» (Gaudium et spes, 22 b), ossia imperfettamente, in qualche grado. Al massimo, un uomo può essere nemico dell’umanità o della solidarietà o della pace, e quindi condannabile come “integrista” e “fanatico”. Comunque sia, a parte questa residua categoria di reietti, tutti gli uomini sono parzialmente onesti, fedeli, cattolici, in stato di grazia, santi; il che significa che sono tutti anche parzialmente disonesti, infedeli, pagani, in stato di disgrazia, malvagi. Ma allora, l’uomo sarebbe forse simul justus et peccator, come voleva Lutero? La Chiesa si limiterebbe ad accompagnare e assistere i peccatori, senza pretendere di guarirli e santificarli?

A questa impostazione e prospettiva, il sensus fidei c’impone di obiettare che un cristiano può solo essere onesto o disonesto, può osservare o violare la legge morale, può essere unito o separato da Dio, può essere in stato di grazia o di disgrazia, può essere dentro o fuori la Chiesa; tertium non datur. Allora ci domandiamo: com’è possibile che un cristiano sia “imperfettamente onesto”, “parzialmente osservante della morale”, “imperfettamente unito a Dio”, “parzialmente in stato di grazia”, in “imperfetta comunione” con la Chiesa? Tutto questo non finisce forse col relativizzare la morale e la Fede e a giustificare il peccato e l’apostasia?

 .Una posizione pericolosa sostenuta da una teoria erronea

Il fatto che la pericolosa prassi pastorale del Sinodo, per giustificarsi, sia costretta a ricorrere a una teoria erronea, ne rivela la debolezza e l’improprietà. Non possiamo ammettere la tesi, secondo cui l’attuale situazione di crisi spirituale esige che le verità e le norme morali siano accettate e applicate solo se e nella misura in cui risultino ammesse dalla coscienza individuale o gradite alla opinione pubblica. La graduale consapevolezza e anche il progressivo adempimento della legge morale o evangelica non dispensano il fedele dall’obbligo di conoscerla e praticarla per intero, ad esempio dal rispettare integralmente tutti i Comandamenti: chi ne viola gravemente anche uno solo non può essere gradito a Dio. La fedeltà cristiana è dimostrata solo dal compimento delle opere, dalla osservanza della Legge (naturale o rivelata che sia): “probatio fidei est exibitio operis”.

In realtà, quella che è stata presentata come applicazione della “legge della gradualità”, è invece applicazione di quella “gradualità della legge” rifiutata da Giovanni Paolo II nel brano capziosamente citato dal Sinodo: «I coniugi non possono considerare la Legge solo come un mero ideale da raggiungere in futuro, ma debbono valutarla come un comando di Cristo Signore a impegnarsi a superare le difficoltà. Perciò la cosiddetta “legge della gradualità”, o cammino graduale, non può identificarsi con la “gradualità della legge”, come se nella Legge divina ci fossero vari gradi e varie forme di precetto per uomini e situazioni diverse» (Giovanni Paolo II, Familiaris consortio, n. 34). Durante i lavori sinodali, parlando a nome del Circulus Gallicus B, il noto teologo e vescovo André Léonard giustamente obiettò che questo falso gradualismo porta a legittimare a priori le situazioni irregolari o peccaminose (cfr. La famiglia è il futuro, op. cit., pp. 208-210).

Nel campo matrimoniale, tale inammissibile gradualità porta ad ammettere che le nozze si realizzino per gradi, ossia che i fidanzati giungano progressivamente a diventare sposi, passando attraverso tappe di convivenza per verificare la loro maturità nell’impegnarsi infine nel giuramento sacramentale, in modo da evitare che matrimoni affrettati o sbagliati diventino indissolubili (come pretende Fulvio De Giorgi, La personalizzazione dello sguardo. Per un rinnovamento della pastorale familiare, su Il Regno, annuale 2009, Bologna 2010, pp. 57-67). Ma l’insegnamento e la pastorale della Chiesa non hanno mai ammesso simili nozze per tappe graduali. Il matrimonio sacramentale è valido solo se i fidanzati danno alla loro unione un consenso incondizionato che li rende subito sposi e che non ammette ritrattazioni.

La gradualità della conversione di una situazione da immorale a morale, mediante rottura di legami e situazioni illecite, non permette che le tappe intermedie di tale cammino vengano considerate di per sé come lecite, tantomeno come inevitabili fasi di maturazione. «In ogni caso, bisogna evitare di benedire queste relazioni, perché tra i fedeli non sorgano confusioni circa il valore del matrimonio» (Benedetto XVI, Sacramentum caritatis, n. 29).

Analogamente, la graduale conversione di una legge civile da immorale a morale non può avvenire compiendo una serie di parziali correzioni moralmente illecite, ma solo rendendola gradualmente conforme alla morale. Anche qui, non “gradualità della legge” ma “legge della gradualità”.

Travisando la famosa parabola evangelica, il Sinodo ritiene che la Chiesa, senza ostinarsi a sradicare la zizzania dal campo, debba solo limitarsi a seminarvi il grano; fuor di metafora, non rifiutare le convivenze irregolari, ma svilupparne gli immancabili aspetti positivi (così il p. Spadaro, cit., p. 21). Ma c’è un problema, ben noto a chi pratica l’agricoltura: se la zizzania non viene estirpata, giunge a soffocare il grano rovinando le messi; ossia, se le convivenze irregolari non vengono condannate come illecite e corrette come illegali, esse ostacoleranno la formazione di sane famiglie e da abuso diventeranno uso, da eccezione regola. Come ammoniva il mio compianto amico p. Antonio Di Monda, non esiste dunque un preteso “diritto della zizzania” ad essere accettata, ma semmai esiste la possibilità ch’essa sia momentaneamente tollerata per evitare un male maggiore. Si può tollerare e correggere ciò che è abnorme, non mai accettarlo e giustificarlo, nemmeno col pretesto di favorire un ipotetico passaggio graduale alla normalità. Come non è lecito giustificare “mali minori”, anche se teoricamente facilitassero il passaggio a un bene, così non è lecito giustificare situazioni matrimoniali o familiari irregolari, anche se teoricamente facilitassero il passaggio a una situazione regolare.

In conclusione, resta valido il celebre principio di san Dionigi Areopagita, ripreso da sant’Agostino e san Tommaso: «bonum ex integra causa, malum ex quocumque defectu» (“il bene è risultato della integrità della causa, il male invece da un suo qualunque difetto”).

Fonte: Riscossa Cristiana


Guido Vignelli 9 marzo 2015






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