Il Giudizio Cattolico

Ama la verità; mostrati qual sei, e senza infingimenti e senza paure e senza riguardi.
E se la vita ti costa la persecuzione, e tu accettala; e se il tormento, e tu sopportalo.
E se per la verità dovessi sacrificare te stesso e la tua vita, e tu sii forte nel sacrificio.
San Giuseppe Moscati

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> Teologia, fede, morale

Adulterio e fornicazione: la Chiesa riprende le Sacre Scritture senza cambiarle



Sempre più spesso si sente sminuire l’importanza da attribuire all’atto sessuale, soprattutto se “una tantum” e anche se al di fuori del matrimonio, all’attenzione con cui usarlo, alla sua sacralità. È anche capitato di sentir dire che non risultano nelle Sacre Scritture alcuni precetti insegnati dalla Chiesa nel corso dei millenni. Arrivando così a far intendere che alcuni “limiti” siano stati imposti dagli uomini, che così facendo hanno snaturato l’insegnamento di Cristo. Come se si potesse far credere che Gesù abbia tollerato cose tipo adulterio e fornicazione…

Non ci sono nelle Sacre Scritture le note indicazioni ecclesiastiche su matrimonio e sessualità? Siamo sicuri?

Prima di dimostrare come la  Chiesa Cattolica abbia solo riportato fedelmente quanto presente nelle Sacre Scritture, preme ricordare che il cattolico deve seguire l’interpretazione data dalla Chiesa ai Testi sacri, pena il rischio di “protestantizzarsi”, cosa tra l’altro purtroppo abbastanza diffusa ai nostri giorni.

Il Concilio di Trento, e non solo, infatti, impone che «…nessuno, fidandosi del proprio giudizio, nelle materie di fede e morale, che fanno parte del corpo della dottrina cristiana, deve osare distorcere la sacra Scrittura secondo il proprio modo di pensare, contrariamente al senso che ha dato e dà la santa madre chiesa, alla quale compete giudicare del vero senso e dell’interpretazione delle sacre Scritture; né deve andare contro l’unanime consenso dei padri, anche se questo genere di interpretazioni non dovesse essere mai pubblicato…» (Concilio di Trento, Decreto sulla Vulgata, 8.4.1546).

Tanto da immettere il detto concetto anche nella Professione di fede tridentina (Bolla Iniunctum nobis, 13.11.1564): «E così pure accolgo la sacre Scrittura secondo quel senso che ha tenuto e che tiene per fermo la santa madre chiesa, cui spetta giudicare sul vero senso e sull’interpretazione delle sacre Scritture, né mai la riceverò o la interpreterò, se non secondo l’unanime consenso dei padri». E così anche il Concilio Vaticano I (1870) nella Costituzione dogmatica Dei Filius al capitolo 2 sulla Rivelazione.

D’altronde anche Sant’Agostino scrisse ai manichei: «Non crederei al Vangelo se non mi ci inducesse l'autorità della Chiesa cattolica» [Cf. Contra ep. man. 5, 6; cf. Contra Faustum 28, 2].

 

L’insegnamento dell’Antico Testamento

Nell’Antico Testamento vi è una profusione di indicazioni su matrimonio, adulterio e fornicazione.

Sin da Es. 20,14 l’adulterio è condannato. Nel Levitico è espressamente detto «Non ti congiungerai alla moglie del prossimo tuo, né ti contaminerai con tale unione» (Lv. 18, 20) ed evidenziata la gravità dell’adulterio, anche sulla base della gravità della pena (20, 10-21). Anche il Deuteronomio conferma quanto finora evidenziato (Dt 5, 18; 5, 21; 22, 22; 27, 20).

In Tb 4,13 è espressamente scritto «Tieniti lontano, figliuol mio, da ogni fornicazione, e non ti permettere mai di far peccato con una che non sia la tua moglie».

Nel libro dei Proverbi si spiega in maniera chiara come vengono intesi adulterio e fornicazione e come verranno gravemente puniti. Vale la pena riportare testualmente i versetti.

«20E perché invaghirti, figlio, di una estranea? e stringerti al seno una donna non tua? 21Mentre il Signore tien d’occhio tutte le vie dell’uomo e osserva tutti i suoi passi? 22Ma l’empio resterà schiavo delle sue inique passioni e stretto nelle funi di suoi peccati. 23Egli morrà perché non ebbe a cuore la correzione e dalla sua grande stoltezza resterà ingannato” (Pro 5, 20-23); “Ma l’adultero per la sua insensataggine, perderà l’anima” (Pro 6, 32); “4Dì’ alla sapienza: «Tu sei la mia sorella» e la prudenza chiamala tua amica; 5affinchè ti custodisca dalla donna altrui, dalla straniera che ha parole leziose” (Pro 7, 4-6); “26Perchè molti ne ha fatti cadere feriti e anche i più forti furono da essa fatti perire. 27Le strade dell’Inferno sono quelle della sua casa che scendono nei penetrali della Morte» (Pro 7, 26-27).

Sulla stessa linea Sap 3, 16. Nel libro della Sapienza, tra l’altro, nei capitoli 3, 4 e 5 si specificano la punizione e l’infelicità degli empi, la fine diversa del giusto e dell’empio e la sorte diversa del giusto e dell’empio dopo morte.

Sembrano sufficienti le citazioni appena riportate per rendere chiaro che la Chiesa non fa altro che seguire perfettamente quel che ha insegnato l’AT. Proseguiamo però la ricerca anche all’interno del NT, e in particolare dell’insegnamento di Gesù.

 

Nel Nuovo Testamento

Cristo, nel Nuovo Testamento, conferma il divieto di adulterio e fornicazione, specificando tra l’altro che si può cadere in quel peccato anche solo per il desiderio. E conferma anche la gravità del peccato di fornicazione, indicando come preferibile strappare da sé l’oggetto del proprio scandalo che rischiare di non salvarsi. Ricordiamo velocemente a chi vuol contestare che la parola salvezza non è menzionata da Gesù, che la Geenna sta a significare Inferno.

Nel Vangelo di Matteo, infatti, Gesù dice «27Voi avete udito che fu detto agli antichi: - Non commettere adulterio. - 28Io invece dico a voi: - Chiunque guarda una donna per desiderarla ha già, in cuor suo, commesso adulterio con lei. - 29Ora se il tuo occhio destro ti è occasione di scandalo devi strappartelo e gettarlo lungi da te;  molto meglio per te che perisca un solo tuo membro, piuttosto che l’intero tuo corpo sia gettato nella Geenna. 30E se la tua mano destra ti è occasione di scandalo, tagliala via e gettala lungi da te; meglio per te perdere un solo membro, piuttosto che andare nella Geenna con tutto il corpo. 31Fu anche detto: - Chiunque rimanda la propria moglie, le dia il libello del divorzio. - 32Io invece dico a voi: - Chiunque manda via la propria moglie, salvo il caso di fornicazione, la rende adultera, e chiunque sposa la donna mandata via, commette adulterio» (Mt 5, 27-32).

Ed ancora: «19Dal cuore, infatti, vengono i cattivi pensieri, gli omicidi, gli adulteri, le fornicazioni, i furti, le false testimonianze, le bestemmie. 20Queste son le cose che contaminano l’uomo…»

E come commenta Pio XI, nell’Enciclica Casti Connubi: «Queste parole di Cristo non possono andare annullate, neppure per consenso del coniuge, giacché esse rappresentano la legge medesima di Dio e della natura, che nessuna volontà umana può distruggere o modificare”, “E nessuna consuetudine o pravo esempio e nessuna parvenza di progresso umano potranno mai indebolire la forza di questo divino precetto. Perché come è sempre il medesimo «Gesù Cristo ieri e oggi e nei secoli» (Eb 13, 8), così è sempre identica la dottrina di Cristo, della quale non cadrà un punto solo, sino a tanto che tutto sia adempito».

C’è poi il famoso episodio della donna adultera a cui Cristo, dopo aver risposto ai farisei «Chi tra voi è senza peccato, getti per primo contro di lei la pietra» (Gv 8, 7), dice «neppur io ti condanno; va’ e d'ora innanzi non peccare più» (Gv 8, 11).

Sant’Agostino nell’omelia 33 su questo passo è esaustivo, sia nell’evidenziare la misericordia di Gesù, sia nell’anticipare chi vorrebbe trarre da quel “neppur io ti condanno” una interpretazione di apertura all’adulterio, e di conseguenza alla fornicazione e agli atti impuri, dimenticando il “Va' e d'ora innanzi non peccare più”.

Il santo di Ippona, infatti, così commenta: «Neppure io ti condanno. Come, Signore? Tu favorisci dunque il peccato? Assolutamente no. Ascoltate ciò che segue: Va' e d'ora innanzi non peccare più (Gv 8, 10-11). Il Signore, quindi, condanna il peccato, ma non l'uomo. Poiché se egli fosse fautore del peccato, direbbe: neppure io ti condanno; va', vivi come ti pare, sulla mia assoluzione potrai sempre contare; qualunque sia il tuo peccato, io ti libererò da ogni pena della geenna e dalle torture dell'inferno. Ma non disse così.». Specificando poi, a disdire coloro che ricordano solo la misericordia di Dio, ma dimenticano la sua giustizia: «A coloro dunque che sono in pericolo per disperazione, egli offre il porto del perdono; per coloro che sono insidiati dalla falsa speranza e si illudono con i rinvii, rende incerto il giorno della morte. Tu non sai quale sarà l'ultimo giorno; sei un ingrato; perché non utilizzi il giorno che oggi Dio ti dà per convertirti? E' in questo senso che il Signore dice alla donna: Neppure io ti condanno: non preoccuparti del passato, pensa al futuro. Neppure io ti condanno: ho distrutto ciò che hai fatto, osserva quanto ti ho comandato, così da ottenere quanto ti ho promesso».

In questo episodio, quindi, N.S. Gesù Cristo ci fa capire cosa vuol dire “condannare il peccato e accogliere il peccatore”.

Anche dopo l’ascensione al Cielo di Cristo, l’insegnamento rimane invariato.

Negli Atti degli Apostoli infatti si ribadisce il divieto alla fornicazione (At 15, 18-29 e At 21, 25), così come farà ripetutamente San Paolo, che spesso viene tirato in ballo a casaccio.

Si ricordano su tutti alcuni passi delle Lettere dell’Apostolo, dove si legge chiaro cosa egli pensasse di adulterio e fornicazione, e di conseguenza di quale fosse l’uso da farsi della sessualità. Anch’egli ricordando, tra l’altro, agli smemorati che Dio non è solo buono (che sembrerebbe quasi non esistesse un Giudizio particolare per ognuno di noi e tutti si salvino), ma è anche giusto.

Nella prima Lettera ai Corinzi, San Paolo è diretto ed impossibile da mal interpretare.

«9O non sapete che gente ingiusta non erediterà il regno di Dio? Non illudetevi; né fornicatori, né idolatri, né adulteri; 10nè effeminati, né pederasti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né maldicenti, né rapaci erediteranno il regno di Dio. 11E tale era qualcuno di voi; ma siete stati lavati, siete stati santificati, siete stati giustificati nel nome del Signore Gesù Cristo e nello Spirito Santo del Dio nostro. 12Tutto mi è lecito, ma non tutto giova; tutto mi è lecito, ma non mi lascerò dominare da cosa alcuna. 13I cibi sono pel ventre, e il ventre per i cibi; ma Dio questo e quelli ridurrà a nulla. Ma il corpo non è per fornicazione, bensì per il Signore, e il Signore per il corpo; 14e Dio come risuscitò il Signore, risusciterà anche noi per il suo potere. 15Non sapete che i nostri corpi sono membra di Cristo? or dunque le membra di Cristo le farò membra d’una meretrice? non sia mai! 16O non sapete che chi si unisce con una meretrice forma un corpo solo con lei? poiché  saranno, dice, due  in una carne sola. 17Ma chi s’unisce al Signore forma unico spirito con lui. 18Fuggite la fornicazione. Qualunque peccato faccia l’uomo è fuori del corpo; ma il fornicatore commette un peccato rispetto al proprio corpo. 19O non sapete che il corpo vostro è tempio del Santo Spirito che è in voi, [Spirito] che avete da Dio? e non siete di voi stessi, 20perché siete stati comprati a c» (1 Cr 6, 9-20).

Gli stessi concetti sono ribaditi, sempre con chiarezza inequivocabile, in Col 3, 5 («5Mortificate dunque le vostre membra terrene, cioè la fornicazione, l’impurità, la libidine, la prava concupiscenza, e l’avarizia che è un’idolatria; 6per le quali cose piomba l’ira di Dio sui figliuoli dell’incredulità») ed anche in Eb 13, 4 («Siano onorate le nozze in tutto, e il talamo sia senza macchia; gli impuri e gli adulteri Dio li giudicherà»).

Nel capitolo 4 della Lettera ai Tessalonicesi fa un apologia della purità e della castità («3Poichè questa è la volontà di Dio, la santificazione vostra; che v’asteniate dalla fornicazione; 4che ciascuno di voi sappia tenere il proprio corpo in santità e onestà» 1 Ts 4,3). Purità contrario di impurità. Impurità uguale fornicazione. Purità contrario fornicazione. Volontà di Dio uguale purità. Sembra chiaro.

Addirittura l’Apostolo in 1Cor 5,11 afferma che «con un siffatto (fornicatore tra gli altri, ndr) neppur mangiare dovete» ed in Ef 5,3 che non si deve neanche nominare la parola fornicazione.

E San Paolo esprime gli stessi concetti in tanti altri passi delle sue Lettere: si vedano ad esempio, Ef 5,32; in generale il capito 7 della prima Lettera ai Corinti (7,10; 7,39).

Questi passi da soli sono esaustivi circa la realtà dell’insegnamento delle Sacre Scritture in tema si matrimonio e sessualità.

Il Magistero della Chiesa Cattolica, dunque, non ha fatto altro che adeguarsi a quanto insegnato da Gesù e dall’AT, impegnandosi solo nella corretta interpretazione da dare ai vari passi. Questo si riscontra senza tema di smentita nel Magistero bimillenario. Limiterò la citazione dei testi, cercando di effettuare una cronologia fino ai tempi nostri.

 

L’insegnamento della Chiesa

Il 6 marzo 1254, in una lettera al vescovo di Firenze, Innocenzo IV scrive: «In ordine alla fornicazione che un uomo libero commette con una donna libera, non si deve in alcun caso dubitare che non sia peccato mortale, dato che l’apostolo afferma che sono esclusi dal regno di Dio sia i fornicatori che gli adulteri» 18 (§ 14).

Si noterà l’aderenza di tale affermazione a quanto insegnatoci da San Paolo in 1Cor 6,9.

Al Concilio di Firenze del 22 novembre 1439, nella Bolla sull’unione con gli armeni, Exsultate Deo, dopo aver ricordato che «Settimo è il sacramento del matrimonio, simbolo dell’unione di Cristo e della chiesa, secondo le parole dell’apostolo: “Questo mistero è grande; lo dico in riferimento a Cristo e alla chiesa” [Ef 5,32]», si ribadisce quanto da sempre insegnato: «Triplice è lo scopo del matrimonio: il primo consiste nell’accettare la prole e educarla al culto di Dio; il secondo nella fedeltà, che un coniuge deve osservare nei confronti dell’altro; il terzo nella indissolubilità del matrimonio, perché essa significa l’unione indissolubile di Cristo e della chiesa. Infatti, sebbene a causa dell’infedeltà sia permesso un regime di separazione, non è lecito, però, contrarre un altro matrimonio, poiché il vincolo del matrimonio legittimamente contratto è perpetuo».

Il concetto di fedeltà è ovviamente l’estremo opposto dell’adulterio e della fornicazione, così che il Concilio di Firenze, elevandola a scopo fondamentale del Matrimonio, condanna chiaramente i suoi opposti. E così vediamo che anche l’indissolubilità del Matrimonio cristiano è mantenuto identico a come insegnato da Cristo e nell’AT.

L’11 novembre 1563 il Concilio di Trento (Dottrina e canoni sul matrimonio), con Papa Pio IV, aveva chiarito che «Se qualcuno dirà che il matrimonio non è in senso vero e proprio uno dei sette sacramenti della legge evangelica, istituito da Cristo, ma che è stato inventato dagli uomini nella chiesa, e non conferisce la grazia, sia anatema» (Can. 1) e «Se qualcuno dirà che la chiesa sbaglia quando ha insegnato e insegna, secondo la dottrina del Vangelo e degli apostoli, che il vincolo del matrimonio non può essere sciolto per l’adulterio di uno dei coniugi; che nessuno dei due, nemmeno l’innocente, che non ha dato motivo all’adulterio, può contrarre un altro matrimonio, vivente l’altro coniuge; che commette adulterio il marito che, cacciata l’adultera, ne sposi un’altra, e la moglie che, cacciato l’adultero, ne sposi un altro, sia anatema» (Can. 7).

Il Concilio di Trento tra l’altro ratifica anche l’unica possibilità di allontanamento dei coniugi, la separazione, che è anche l’unica che non intacca l’indissolubilità del Matrimonio, quando, al Canone 8 ammonisce: «Se qualcuno dirà che la chiesa sbaglia quando dichiara che, per molte cause, si può dare separazione di letto e di mensa tra i coniugi, a tempo determinato o indeterminato, sia anatema».

Sulla falsariga di quanto finora evidenziato, anche le 65 proposizioni condannate nel decreto del S. Uffizio del 2 marzo 1679, nel condannare le proposizioni n. 48 («Sembra molto chiaro che la fornicazione in se stessa non coinvolge nessuna malizia, e che è cattiva soltanto perché proibita, tanto che il contrario sembra completamente discordante dalla ragione») e n. 50 («Un rapporto sessuale con una donna sposata quando il marito è consenziente, non è adulterio; per cui è sufficiente dire nella confessione di avere fornicato») ribadiscono il divieto dei suddetti comportamenti e l’aderenza al perenne insegnamento.

Continuando in questo nostro veloce excursus ed arrivando ai giorni nostri, troviamo l’Enciclica di Pio XI Casti Connubi del 31 dicembre 1930, pietra miliare del Magistero in materia di Matrimonio.

Pio XI, con fermezza, insegnava: «Resti anzitutto stabilito questo inconcusso e inviolabile fondamento: che il matrimonio non fu istituito né restaurato da uomini, ma da Dio; non dagli uomini, ma dallo stesso Dio, e da Gesù Cristo redentore della medesima natura fu presidiato di leggi e confermato e nobilitato: le quali leggi perciò non possono andar soggette ad alcun giudizio umano e ad alcuna contraria convenzione nemmeno degli stessi coniugi»

Non era l’unica volta in cui Pio XI si sarebbe espresso, direttamente o meno, sulle cose inerenti i rapporti tra uomo e donna.

Nell’Enciclica Quadragesimo anno del 15 maggio 1931, infatti, spiegava: «Del resto la cristiana dottrina insegna, e la cosa è certissima anche al lume naturale della ragione, che gli stessi uomini privati non hanno altro dominio sulle membra del proprio corpo, se non quello che spetta al loro fine naturale e che non possono distruggerle o mutilarle o per altro modo rendersi inetti alle funzioni naturali, se non nel caso in cui non si può provvedere per altra via al bene di tutto il corpo».

E qualche anno dopo, il 19 marzo 1937, nell’Enciclica Divini Redemptoris: «Inoltre, come il matrimonio e il diritto all’uso naturale di esso sono di origine divina, così anche la costituzione e le prerogative fondamentali della famiglia sono state determinate e fissate dal Creatore stesso, non dall’arbitrio umano né da fattori economici …».

Arriviamo così ad un’altra pietra miliare, come è l’Enciclica Humanae vitae di Paolo VI (25 luglio 1968). Il Papa qui, tra le altre cose, conferma l’indissolubilità del Matrimonio: «È ancora amore fedele ed esclusivo fino alla morte. Così infatti lo concepiscono lo sposo e la sposa nel giorno in cui assumono liberamente e in piena consapevolezza l’impegno del vincolo matrimoniale. Fedeltà  che può talvolta essere difficile, ma che sia sempre possibile, e sempre nobile e meritoria, nessuno lo può negare».

L’insegnamento che si deduce da duemila e passa anni di Cristianesimo è che «la sessualità si esercita veramente in maniera umana solo come  parte costitutiva dell’amore con cui uomo e donna si legano l’un all’altra fino alla morte» (Denzinger). E su questa linea, integralmente, rimane Giovanni Paolo II.

Nell’altra pietra miliare dello scorso secolo, l’Esortazione apostolica Familiaris consortio del 22 novembre 1981, infatti, il Papa polacco così si esprime: «21. Di conseguenza la sessualità, mediante la quale l’uomo e la donna si donano l’uno all’altra con gli atti propri ed esclusivi degli sposi, non è affatto qualcosa di puramente biologico, ma riguarda l’intimo nucleo della persona umana come tale. Essa si realizza in modo veramente umano, solo se è parte integrale dell’amore con cui l’uomo e la donna si impegnano totalmente l’uno verso l’altra fino alla morte. … La donazione fisica totale sarebbe menzogna, se non fosse segno e frutto della donazione personale totale, nella quale tutta la persona, anche nella sua dimensione temporale, è presente si riservasse qualcosa o la possibilità di decidere altrimenti per il futuro, già per questo essa non si donerebbe totalmente».

Paolo VI e Giovanni Paolo II puntano molto, come altri documenti precedentemente citati, sul concetto di fedeltà, che contrasta con l’adulterio e la fornicazione, che sono infatti tendenti alla promiscuità e ad un uso distorto della sessualità, rispetto al fine che Dio ha pensato per la stessa.

 

Il Catechismo della Chiesa

Il Magistero della Chiesa Cattolica si è espresso anche tramite i Catechismi, ovviamente.

Partiamo dal Catechismo tridentino, per decreto del Concilio di Trento, Pio V, 1563.

Circa il Matrimonio, questo Catechismo si accoda alla Tradizione e insiste sulla sua indissolubilità, ricordando che questa è stata confermata da Gesù.

«294 Sempre con le parole di Cristo è facile provare che il vincolo matrimoniale non può essere spezzato da nessun divorzio». Riportandosi a Lc 16,18, insegna che «Il vincolo coniugale dunque può essere spezzato solo dalla morte. Anche l'Apostolo lo afferma, quando scrive: "La moglie legata alla legge, finché il marito vive; quando questi sia morto, essa è affrancata dalla legge e può sposare chi vuole, nel Signore" (1 Cor 7,39)».

Anche i continui richiami effettuati, con evidente aderenza alla Tradizione, mai deviando un concetto,  una certezza di continuità di insegnamento sui concetti in oggetto. Il Catechismo tridentino, infatti, ricorda anche che l’Apostolo in 1 Cor 7,10 ribadisce che «Non io, ma il Signore comanda a coloro che sono uniti in Matrimonio: "La moglie non si allontani dal marito; qualora se ne allontani, non si risposi, o cerchi di riconciliarsi con il proprio marito"».

Si arriva anche a spiegare l’atteggiamento da tenere per un cattolico dinanzi ad una situazione estremamente complicata, così anticipando di secoli (o forse c’erano già a quei tempi determinate eccezioni) chi, con la solita tecnica dell’eccezione a base della contestazione, chiede cosa dovrebbe fare una donna che viene picchiata, una donna che ha il marito che la tradisce sistematicamente, ecc… tra l’altro sempre nello schema (mai provato come unico) uomo=cattivo donna=vittima.

«L'Apostolo lascia così alla moglie, che per una ragionevole causa abbandoni il marito, questa alternativa: che rimanga senza marito o si riconcili con lui. Né la Chiesa consente agli sposi di allontanarsi l'uno dall'altro senza gravissimi motivi».

Anche nella spiegazione del sesto comandamento “Non commettere atti impuri” il Catechismo “di Pio V” continua ad esporre quel che è stato insegnato da Cristo.

«333 Se il vincolo tra marito e moglie è il più stretto che esista e nulla può essere loro più dolce che il sentirsi vicendevolmente stretti da un affetto speciale, nulla, al contrario, può capitare a uno di essi di più amaro che sentire il legittimo amore del coniuge rivolgersi altrove. Ragionevolmente, perciò, alla Legge che garantisce la vita umana dall'omicidio segue quella che vieta la fornicazione o l'adulterio, affinché nessuno tenti di contaminare o spezzare quella santa e veneranda unione matrimoniale, dalla quale suole scaturire così ardente fuoco di carità. … Esso ha due parti: una che vieta apertamente l'adulterio; l'altra, più generale, che impone la castità dell'anima e del corpo».

Al canone 334 definisce l’adulterio «violazione del legittimo letto, proprio o altrui», specificando «Se un marito ha rapporti carnali con donna non coniugata, viola il proprio vincolo matrimoniale; se un individuo non coniugato ha rapporti con donna maritata, è contaminato dal delitto di adulterio il vincolo altrui».

Anche qui c’è una perfetta aderenza alla Tradizione, con un effluvio di citazioni di testi dell’AT e del NT, alcuni dei quali abbiamo commentato sopra (Gn 38,24; Dt 23,17; Tb 4,13; Sir 41,25; Mt 5,27; Mt 15,19; 1 Ts 4,3; 1 Cor 6,18; 1 Cor 5,9; Ef 5,3; 1 Cor 6,9).

Il Catechismo tridentino va oltre, sviscera anche l’impatto sociale di tali deviazioni, quando afferma che «L'adulterio è stato espressamente menzionato nel divieto, perché alla sconcezza che riveste in comune con tutte le altre forme di incontinenza, accoppia un peccato di ingiustizia verso il prossimo e la società civile».

Passando al Catechismo San Pio X (Breve), il canone 201 riporta che «Il sesto comandamento: Non commettere atti impuri ci proibisce ogni impurità; perciò le azioni, le parola, gli sguardi, i libri, le immagini, gli spettacoli immorali».

Nel Dragone, nota spiegazione al suddetto Catechismo, ci viene evidenziato che «cercare fuori dal matrimonio i piaceri connessi agli atti dai quali sorge la vita è contro la legge divina e naturale» con tutte le ripercussioni che si possono subire sul «santuario della società familiare, fondata sul matrimonio». Sono proibiti sia gli atti impuri esteriori, che quelli interiori dal nono comandamento.

Sempre nel Dragone, nella spiegazione al sesto comandamento, viene evidenziata la gravità dei peccati impuri: «La gravità del castigo (Sodoma e Gomorra per i loro vizi innominabili, ndr) indica la gravità del peccato. … Il peccato impuro contamina anche il corpo, che è tempio dello Spirito Santo, membro del corpo mistico di Cristo, e rende vano il fine per cui Dio ha creato i due sessi. … Quanto alla materia, il peccato impuro è sempre grave; se non vi è piena avvertenza o tutto il consenso può essere leggero».

La Tradizione della Fede Cattolica, inoltre, è precisa anche nelle distinzioni da effettuare tra le varie situazioni. Infatti la suddetta spiegazione al canone 201 precisa che «il peccato non consiste nel conoscere, e neppure nel sentire l’attrattiva per il male, ma nel volerlo. Non è peccato conoscere a tempo e luogo (p. es. prima del matrimonio) certi misteri delicati della vita, non è peccato neppure essere contenti di conoscerli, ma è peccato essere contenti e godere delle azioni cattive. Non è peccato sentire tentazioni contrarie alla purezza, quando non si siano volute e cercate, ma è peccato acconsentirvi».

Questo concetto è ribadito anche nel commento al nono comandamento, da sempre collegato con il sesto: il nono si “occupa” dei peccati impuri interni (pensieri e desideri), mentre il sesto di quelli esterni. La matrice comunque è sempre la stessa: «Il peccato è un atto della volontà che trasgredisce liberamente e consapevolmente la legge divina»

San Pio X, nel suo Catechismo breve, al canone 202 poi, ci spiega che «Il sesto comandamento ci ordina di essere “santi nel corpo”, portando il massimo rispetto alla propria e altrui persona, come opere di Dio e templi dove Egli abita con la presenza e con la grazia», tornando alla motivazione principale di questo divieto così assoluto presente dall’AT ad oggi: «Proibendo gli atti impuri esteriori, il sesto comandamento ordina la santità esterna del corpo. Ogni peccato impuro esteriore è una profanazione della propria o anche dell’altrui persona, che è sacra e merita il massimo rispetto…» (Dragone). I corpi sono «come opere di Dio e templi dove Egli abita con la presenza e con la grazia» e, ad essere coerenti con il nostro dirci cattolici, non si può non asserire la totale santità del nostro corpo, dato che lo stesso «Col Battesimo (…) è diventato membro visibile del corpo mistico di Cristo. Per questo San Paolo ci esorta: Glorificate e portate Dio nel vostro corpo (1 Cr 6, 20) e ci ammonisce: Non sapete che le vostre membra sono tempio dello Spirito Santo (1 Cr 19)».

Venendo in ultima battuta al Catechismo della Chiesa Cattolica, questo ci dà la definizione di adulterio e fornicazione, così riportandoci nuovamente e direttamente a Cristo.

«L’adulterio. Questa parola designa l’infedeltà coniugale. Quando due persone, di cui almeno una è sposata, intrecciano tra loro una relazione sessuale, anche episodica, commettono adulterio. Cristo condanna l’adulterio anche se consumato con il semplice desiderio (Cf. Mt 5, 27-28 sopra commentato). Il sesto comandamento e il Nuovo Testamento proibiscono l’adulterio in modo assoluto. I profeti ne denunciano la gravità. Nell’adulterio essi vedono simboleggiato il peccato di idolatria (Can. 2380)».

I canoni successivi spiegano che «L’adulterio è un’ingiustizia» (can. 2381), ricordando che il vincolo matrimoniale è segno dell’Alleanza e l’adulterio, che poi ha come conseguenza il divorzio, «lede il diritto dell’altro coniuge e attenta all’istituto del matrimonio».

«La fornicazione è l’unione carnale tra un uomo e una donna liberi, al di fuori del matrimonio. Essa è gravemente contraria alla dignità delle persone e della sessualità umana naturalmente ordinata sia al bene degli sposi, sia alla generazione e all’educazione dei figli. Inoltre è un grave scandalo quando vi sia corruzione dei giovani» (can. 2353).

Il Catechismo della Chiesa Cattolica, al canone 1756, poi ci mette sull’avviso. Non si può sminuire millenni di insegnamento, pensando che la fornicazione “una tantum” non sia grave, quasi come se fosse la quantità di peccati a fare la gravità e non il tipo di peccato.

«Ci sono atti che per se stessi e in se stessi, indipendentemente dalle circostanze e dalle intenzioni, sono sempre gravemente illeciti a motivo del loro oggetto; tali la bestemmia e lo spergiuro, l’omicidio e l’adulterio» (can. 1756).

Sembra utile ricordare con San Tommaso d’Aquino che «Quando la volontà si orienta verso una cosa di per sé contraria alla carità, dalla quale siamo ordinati al fine ultimo, il peccato, per il suo stesso oggetto, ha di che essere mortale […] tanto se è contro l’amore di Dio, come la bestemmia, lo spergiuro, ecc…, quanto se è contro l’amore del prossimo, come l’omicidio, l’adulterio, ecc…[…] Invece, quando la volontà del peccatore si volge a una cosa che ha in sé un disordine, ma tuttavia non va contro l’amore di Dio e del prossimo – è il caso di parole oziose, di riso inopportuno, ecc. –, tali peccati sono veniali» (San Tommaso D’Aquino, Summa theologiae, I-II, q. 88, a. 2, c).

 

Alla luce della ricerca appena esposta appare di evidenza incontestabile che il cattolico, per dirsi coerentemente tale, non può in alcun modo non tenere conto dei precetti e degli insegnamenti della Chiesa Cattolica in materia di matrimonio e sessualità.

Men che meno un cattolico deve cadere nell’errore di un’interpretazione personale delle Sacre Scritture, non seguendo quella data dalla Chiesa Cattolica (errore condannato espressamente), correndo così il rischio di “protestantizzarsi” e cercare interpretazioni più aperte o affermare la non integrale aderenza dell’insegnamento della Chiesa ai testi sacri, né, ancora peggio, pensare di poter far credere che Cristo abbia tollerato adulterio e fornicazione.

Ultima considerazione è che la Chiesa in questa materia non è affatto retrograda, come si sente dire da molti, in ossequio al pensiero del mondo. Ella anzi è aderente al diritto naturale e a quello che è l’unico e convincente modo di intendere certi argomenti e di usare certe “funzioni” del nostro corpo, senza trasformarli in carne senza valore.

Il rimedio della castità pre-matrimoniale, ma anche, intesa in altro modo, all’interno del matrimonio, è la risposta più giusta alla questione in oggetto, e, soprattutto, ai giorni nostri, anche la più coraggiosa.



Pierfrancesco Nardini 30 gennaio 2014






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