Il
nostro è il tempo in cui si esalta la
bio-diversità
.
Vi è la convinzione che “diverso” è bello, che più c’è e meglio è, che più è varia
la realtà e più essa sarebbe affascinante … insomma, un po’ come si dice dalle
mie parti per la pizza piena:
più ci
metti e più ci trovi!
Anche nella Chiesa in un certo qual modo
si vive questa atmosfera. Ma fosse l’atmosfera della
sinfonia
, non ci sarebbe nulla da ridire, perché la
sinfonia
è l’“unità nella diversità”, diversità
nei modi ma unità nella dottrina. Questo c’è sempre stato nella Chiesa, anzi è
stata la sua caratteristica principale. Ciò che però c’è adesso non è questo.
Non prendiamoci in giro: non è questo. Domina non l’esaltazione della
sinfonia
ma della
contraddizione
, che è ben altra cosa.
Da qualche giorno abbiamo scoperto che
esiste anche il
cattolico ideologico ed
eticista
. In realtà, se proprio volessimo dare la giusta interpretazione
alle parole, una simile scoperta doveva essere fatta da tempo. Se infatti le
parole hanno un senso, il
cattolico
ideologico
dovrebbe essere colui che deforma il proprio credo in ideologia,
e l’ideologia è la pretesa di ridurre il reale in costruzione intellettuale e
soggettiva. D’altronde il padre dell’ideologia fu il razionalista Cartesio. E -
sempre se le parole hanno un senso - il
cattolico
eticista
dovrebbe essere colui che trasforma la morale naturale e
soprannaturale in etica umana, ovvero che opera il passaggio dalla Legge (con
la “L” maiuscola) alle regole, quelle regole fondate solo sulla debolezza delle
opinioni umane e dei contesti socio-culturali.
Ma invece abbiamo scoperto, in questi
giorni, non solo l’esistenza del
cattolico
ideologico ed eticista
come se fosse una novità, ma anche che con questa
etichetta (
cattolico ideologico ed
eticista
) deve intendersi tutt’altra cosa rispetto al vero significato
delle parole, deve intendersi il cattolico fedele alla Tradizione (che è il Dio
vivente ed immutabile nella storia, quindi tutt’altro che ideologia) e alla
morale di sempre (che è la sequela al Dio vivente e immutabile nella storia,
quindi tutt’altro che eticismo).
Ma perché questa confusione? Per un
motivo molto semplice: perché si è persa la bussola, né più né meno. Venendo
meno la consapevolezza della verità e di quanto soprattutto la verità debba
“in-formare” tutto (“in-formare” nel senso di dare forma) non solo la diversità
diventa fine a se stessa, ma lo stesso significato dei termini va a carte quarantotto.
E così si trascura il problema e ci si
concentra sul metodo e sulla forma. Prendiamo il caso Gnocchi-Palmaro. Non
voglio entrare nella questione del metodo, dove posso anch’io avere idee poco
chiare a riguardo, se cioè Gnocchi-Palmaro abbiano fatto bene o meno a scrivere
certe cose. Ciò che però rifiuto è che le discussioni in atto vertano sul fatto
se siano stati irriverenti o meno, senza che nessuno – dico nessuno – si prenda
la briga di dimostrare che ciò che hanno scritto sia sbagliato.
L’ultimo intervento di Socci su
Il foglio
del 24 ottobre scorso ha
complicato ancora più le cose. Ha scritto molto ma di fatto non ha scritto
nulla. Ci ha informato che Benedetto XVI è stato un maestro del Logos. Bene. Ci
ha informato che Paolo VI scrisse delle cose molto interessanti in merito alla
fedeltà alla Tradizione. Benissimo. Ci ha informato che tutti sono nella
continuità. Speriamo. Ha condito il tutto con una tirata di orecchi ai vari
intellettuali e teologi gnostici alla moda, in stile
salotto scalfariano.
Ci fa piacere. Ci ha informato di tante cose
belle … ma non ha risolto il problema. Non ci ha spiegato, per esempio, perché
le affermazioni sulla coscienza di papa Francesco nei suoi colloqui con il
fondatore de
La Repubblica
siano in
linea, non dico con tutto il Denzinger, ma almeno con la
Veritatis splendor
di Giovanni Paolo II. Apoditticamente ci ha
detto che così è, ma non lo ha spiegato. E se ne è convinto solamente perché
papa Francesco è figlio di sant’Ignazio, beh’ non è poi un argomento così forte… se è vero, come
è vero, che anche il cardinale Martini era un gesuita. Se poi ne è convinto
perché ciò che dice papa Francesco è sempre in linea con il
Logos
, quel
Logos
che, salvaguardato, evita – lo ha scritto lo stesso Socci –
qualsiasi riduzione del Cristianesimo a emozione e sentimento così come – a
detta dello stesso Socci – sono soliti fare i movimenti carismatici, allora è
bene che Socci si vada ad informare che opinione papa Francesco abbia sui movimenti
carismatici cattolici. Sua Santità li ha sempre lodati e sostenuti.
Ma torniamo alla “bio-diversità”, che
tutto accorda, che tutto armonizza nella dialettica e anche nella lotta, come
il lupo con l’agnello e la gazzella con il ghepardo. Una “bio-diversità” che in
termini logici si traduce in negazione del principio di non-contraddizione.
Ma torniamo all’intervento di Socci. Definire
il lefebvriano (chi scrive non è un lefebvriano né tantomeno si riconosce in
particolari etichette) un
cattolico alla
Dezinger
non so se sia davvero un’offesa. Lasciamo stare l’eleganza
dell’espressione e soffermiamoci sulla sostanza:
cattolico alla Denzinger
vuol un dire un cattolico che guarda
all’interezza del Magistero, che, e Socci lo dovrebbe sapere molto bene, non è
un guardare facoltativo del cattolico ma obbligato, perché il Magistero è
continuità; quella stessa continuità che Socci tanto apprezzava e dice di
continuare ad apprezzare citando Ratzinger/Benedetto XVI. Siamo alle solite: si
dà una definizione più o meno suggestiva per colpire ed evitare di spiegare.
Veniamo adesso ad un altro punto. Il
cattolico eticista
insisterebbe troppo
sulla morale. Ma ci siamo mai chiesti cosa è la morale nell’ambito della
teologia cattolica? Il Dio Logos è un Dio che non è al di là del bene e del
male, ma che è costitutivamente buono; per cui la legge morale non è una
decisione arbitraria di Dio ma la sua stessa natura. I Dieci Comandamenti, per
esempio, altro non sono che la natura stessa di Dio codificata per la vita
quotidiana dell’uomo. Dunque, rispettare la legge di Dio vuol dire aderire alla
Sua natura, abbracciare Dio; per cui, di converso, non è possibile scegliere e
convivere con Dio se non si rispetta la Sua Legge. In questo non c’è nulla di
moralistico, perché il moralismo è un’accettazione senza motivi persuasivi
della legge morale, convincendosi tutto sommato che la morale è una pura astrazione
e decisione intellettuale che è in un modo, ma poteva anche essere in
tutt’altro modo. I Santi invece hanno capito che non c’è Dio senza Legge morale
e non c’è Legge morale senza Dio. Definire
eticista
il comportamento di chi è attento alla Legge morale e invita a tutti a fare
altrettanto significa contraddire il comportamento dei Santi. Che dire, per
esempio, di un San Pio da Pietrelcina e della sua risaputa intransigenza. Gesù
parla chiaro:
Chi dunque trasgredirà uno
solo di questi precetti, anche minimi, e insegnerà agli uomini a fare
altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li
osserverà e li insegnerà agli uomini, sarà considerato grande nel regno dei
cieli.
(Matteo 5,19)
In questo senso Benedetto XVI insisteva molto
sui cosiddetti principi non-negoziabili, perché dal giudizio concreto sulla
vita, da come ci si rapporta a quelle grandi questioni che danno il tono del
tempo attuale (per esempio Benedetto XVI definì l’ideologia del gender come la
più grave sfida a cui la Chiesa di oggi deve fare fronte) si esprime la testimonianza
e l’amore del cristiano a Colui che è l’unica Via, l’unica Verità, l’unica
Vita.
E allora faccio un appello. Vogliamo sì
o no ragionare sui contenuti, invece che sparare definizioni offensive di
catalogazione dei cattolici, a mo’ di entomologia ecclesiale? Vogliamo
risolvere sì o no i problemi? Dire che basterebbe seguire la percezione
soggettiva del bene e del male per salvarsi, dire che si può non perdere la
Fede prescindendo dalla fede in Cristo, dire che Dio non è cattolico, dire che
lo scopo del cristiano non sarebbe quello principalmente di convertire … tutto
questo dire pone o no dei problemi? La questione è qui.
Nella favola di Pinocchio fu un semplice
grillo a parlare (a proposito di entomologia), fu schiacciato, parlò ma fece il
suo dovere. Pose delle giuste questioni. Pinocchio disse che doveva stare zitto
perché era solo un misero grillo, lo schiacciò, ma non risolse i problemi ... né
i suoi né del babbo.