Il Giudizio Cattolico

Ama la verità; mostrati qual sei, e senza infingimenti e senza paure e senza riguardi.
E se la vita ti costa la persecuzione, e tu accettala; e se il tormento, e tu sopportalo.
E se per la verità dovessi sacrificare te stesso e la tua vita, e tu sii forte nel sacrificio.
San Giuseppe Moscati

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La verità storica su Papa Bonifacio VIII



La figura di Bonifacio è legata nella memoria al famoso “schiaffo di Anagni”, avvenuto, nella notte del 7 settembre 1303. Questo gesto, di cui è stata contestata la storicità, rappresenta comunque simbolicamente la fine del Medioevo cristiano e l’inizio di un processo storico plurisecolare che avrebbe portato all’era moderna.

Benedetto Caetani, Sommo Pontefice  dal 1294 al 1303, nacque ad Anagni attorno al 1230, di nobili genitori.  Uomo di vivo ingegnò, si segnalò come eminente giurista e come perito diplomatico, tanto da meritare di essere creato cardinale nel 1281 da papa Martino IV. Ottenne la tiara pontificia nel 1294, in seguito alla rinunzia di Celestino V l’eremita Pietro da Morrone, che Bonifacio non esitò a confortare e a sostenere nella sua tormentata scelta di abdicazione.

Gli scopi fondamentali del nuovo Papa furono quelli di restaurare la libertà della Chiesa e di pacificare il popolo cristiano. Il pontificato di Bonifacio conobbe tuttavia tragiche vicende soprattutto a causa della lotta con Filippo IV, il Bello, re di Francia

Dopo la pubblicazione della Bolla Unam Sanctam, del 18 novembre 1302, con cui Bonifacio VIII riaffermava i diritti della Chiesa, Guglielmo di Nogaret, giurista di Filippo il Bello, in una requisitoria letta al consiglio regale denunciò Bonifacio come usurpatore, eretico e simoniaco, chiedendo al re di far convocare un concilio per deporre il Pontefice. Bonifacio annunciò una bolla di scomunica, ma alla vigilia della sua promulgazione, lo stesso Nogaret e Sciarra Colonna assalirono con le loro milizie il castello papale ad Anagni ed oltraggiarono gravemente il capo della Chiesa che li ricevette solennemente rivestito dei sacri paramenti. Liberato dal popolo di Anagni, il Papa riparò a Roma, dove morì un mese dopo.

Ancora oggi Bonifacio VIII è considerato da molti un uomo autoritario e cupido di governo, ultimo rappresentante di una concezione ierocratica della Chiesa che pretenderebbe una assoluta supremazia da parte del Papa nelle cose temporali. Il suo ultimo documento, la bolla Unam Sanctam ne sarebbe la testimonianza. Dante ha contribuito alla formazione di questa “leggenda nera”.

 

 La bolla Unam Sanctam

La conclusione dogmatica della Unam Sanctam era la seguente: “Porro subisse Romano Pontifici, omni humanae creaturae declaramus, dicimus et definimus, omnino esse de necessitate salutis”: “Noi dichiariamo, diciamo, pronunciamo e definiamo che ogni creatura umana è in tutto e per tutto, per necessità di salvezza, sottomessa al Pontefice romano ”. Ciò significa che ogni uomo, compresi i principi e i re cristiani,  se vuole salvare la propria anima deve uniformare la sua condotta, pubblica e privata, alle leggi della Chiesa e alla autorità spirituale e morale del Sommo Pontefice. Il Papa, secondo Bonifacio, è per divina autorità al di sopra di tutti i Re e i regni, non perché eserciti su di essi un’autorità temporale assoluta, ma solo nel senso di godere di essere investito di quella superiorità relativa che conviene alle cose spirituali su quelle materiali, all’ordine soprannaturale e divino rispetto all’ordine puramente naturale e umano, secondo le parole di san Paolo: “Omnis anima potestatibus sublimioribus subdita est”.

  La concezione di Bonifacio VIII è la stessa espressa da Papa Gelasio (492-496) nella celebre formula dei “duo luminaria”, secondo cui “vi sono due poteri principali mediante i quali il mondo viene governato: l’autorità sacra dei pontefici e il potere regio” (Gelasio I, Epistula ad Anastasium Imperatorem, in Patrologia Latina, vol. LIX, col. 42).  Tra il potere spirituale proprio della Chiesa e il potere civile simboleggiato dalla persona di Cesare, non vi è conflitto, ma distinzione, poiché il Signore comanda di dare “a Cesare quello che appartiene a Cesare e a Dio quello che appartiene a Dio” (Matteo, 22, 21).  

Il grande storico di diritto canonico e di sociologia religiosa, Gabriel Le Bras, nell’ultima conferenza tenuta poco prima di morire, in un convegno ad Anagni (1967), si disse fiero di essere il difensore risoluto di Bonifacio VIII, il più calunniato tra i quattro Papi anagnini (Innocenzo III, Gregorio IX, Alessandro IV, Bonifacio VIII). La visione di Bonifacio, secondo lo studioso francese, era coerente con quella gelasiana, fondata sul dualismo delle due potestà distinte, quella del Papa e quella del Re. Esse devono collaborare per ottenere il bene sia spirituale che temporale degli uomini sottomessi ai due poteri ma sono distinte e indipendenti tra di loro. Le parole di teocrazia e ierocrazia – concludeva Le Bras - sono da mettere nel magazzino delle antichità non venerabili.

Il cardinale Alfonso Stickler, in un’altrettanto memorabile conferenza pubblicata nel 1977, ebbe a ricordare le parole dello stesso Bonifacio di fronte all’accusa a lui fatta da Filippo il Bello, di essersi voluto intromettere in nel campo temporale: «Quarant’anni sono -  esclamava il Pontefice - che siamo esperti in diritto e sappiamo che due sono le potestà ordinate da Dio; chi ha dunque dovuto e potuto pensare che sia stata o sia tanta fatuità e insipienza nella nostra testa» da credere cioè che il Pontefice possa comandare al re in cose non sue, quali quelle dello Stato (Il Giubileo di Bonifacio VIII. Aspetti giuridico-pastorali).

Lo schiaffo di Anagni capovolge simbolicamente l’atto fondante della civiltà cristiana: quella notte di Natale dell’anno 800 in cui in San Pietro Carlo Magno rende omaggio a san Leone III e riceve da lui la corona imperiale. Il gesto di Sciarra Colonna contiene tutto l’itinerario di secolarizzazione che nel corso dei secoli avrebbe condotto da Marsilio da Padova a Machiavelli, da Machiavelli a Hobbes e a Rousseau e da questi a Marx e al totalitarismo del secolo XX. Questo itinerario nega la distinzione tra i due poteri caratteristica della tradizione occidentale e cristiana per assorbire la sfera spirituale e morale in quella politica, attraverso la sacralizzazione della volontà popolare e della categoria di Rivoluzione.

 

Il giubileo dell’anno 1300

 

L’indizione del giubileo del 1300, il primo giubileo cristiano della storia, nasce dalla volontà pacificatrice di Bonifacio VIII e dimostra come le scelte politiche furono in lui sempre sottomesse alle esigenze di ordine spirituale e temporale. E’ ampiamente documentato dal racconto del cardinale Jacopo Stefaneschi (1270 ca-1343), cronista del primo giubileo (De centesimo seu jubileo anno liber) come da altre testimonianze contemporanee, che l’idea del Giubileo non nacque nella mente del Pontefice e dei suoi consiglieri, ma li colse anzi di sorpresa.  Il fatto unico della retroattività del disposto della Bolla di Indizione (dal 16-22 febbraio 1300 al 24-25 dicembre 1299) conferma che non fu il  Papa a suscitare il movimento del giubileo ma che, al contrario, egli si adeguò ai desideri e alle aspettative del popolo cristiano, dimostrando una sensibilità pastorale che smentisce quell’immagine di uomo autoritario ed altero, animato solo dal culto del potere, che ci è stata tramandata dall’oleografia storica.

Il Giubileo del 1300 rappresentò l’apogeo della Chiesa medievale. Dopo l’attentato di Anagni e la morte di Bonifacio VIII si aprì una delle epoche più drammatiche per la Chiesa, che conobbe il trasferimento del Papato ad Avignone e il grande scisma di Occidente, ma anche per l’Europa cristiana, sconvolta dalla Guerra dei Cent’Anni e da un succedersi di sciagure che ne minarono il patrimonio demografico.

La cristianità, che contava settanta milioni di abitanti nell’anno del Giubileo, dopo un secolo di guerre, epidemie e carestie, era ridotta a circa quaranta milioni. L’età moderna albeggiava sulle “tenebre” del Medioevo.


Roberto de Mattei 3 ottobre 2012






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«Chissà se in Vaticano hanno valutato fino in fondo l’impatto della foto di Papa Francesco e del predecessore Benedetto XVI dentro le Sacre Mura. Chissà se hanno calcolato il senso di disorientamento che il loro apparire, fianco a fianco, può creare nella comunità cattolica, e non solo. La novità plurisecolare ha già preso in contropiede il cerimoniale. Ma anche quando si chiede un’impressione a ecclesiastici di rango, dietro la laconicità emerge un imbarazzo palpabile»

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Lo abbiamo letto su molti giornali: a Papa Francesco piace il calcio. In un certo qual modo è un’assicurazione sulla sua impostazione metafisica. Avrei avuto qualche perplessità se fosse stato amante del basket o – peggio ancora – del baseball. Ovviamente sto scherzando … ma non troppo. Proprio perché a Papa Francesco piace il gioco del calcio, parto con un esempio tratto da questo sport e faccio riferimento a due calciatori argentini, la patria di Papa Francesco. Tra Xavier Zanetti e Lionel Messi vi è differenza. Zanetti è la forza muscolare, è la capacità d’interdire. È una colonna del centrocampo. Non solo. È anche un modello di atleta, capace a quasi quarant’anni di fare quello che fa. Messi è invece la poesia.

Corrado Gnerre

Ho letto l’articolo che Massimo Introvigne ha scritto in merito all'elezione di Papa Francesco. Lo condivido, anche se non appieno. Bene ha fatto Introvigne a sottolineare che Papa Francesco è il Papa di Santa Romana Chiesa. Prima e durante il conclave si possono avere delle preferenze, si possono nutrire delle speranze verso qualcuno… ma dopo è bene che si dimentichi tutto e ci si sottometta a chi il Collegio cardinalizio ha scelto. Certo, non è detto che chi venga eletto sia necessariamente il desiderato dal Signore. Infatti, se è vero che lo Spirito Santo illumina gli Elettori, è pur vero che non necessariamente ed infallibilmente questi si rendano docili alle Sue ispirazioni. Giustamente c’è chi ha ricordato in questi giorni la celebre espressione di san Vincenzo di Lerino (V secolo): «Ci sono papi che Dio dona, ci sono papi che Dio tollera, ci sono papi che Dio infligge». Ma, se è vero questo e cioè che non necessariamente un papa eletto sia il “donato da Dio”, è pur vero che chi canonicamente diventa papa è il Papa; e – se è il Papa – va riconosciuto e a lui bisogna cattolicamente sottomettersi.

Corrado Gnerre

Papa Francesco nell’omelia durante la Celebrazione eucaristica con i cardinali nella Cappella Sistina ha tracciato semplicemente ma chiaramente le linee fondamentali del suo pontificato indicando cosa la Chiesa deve fare: camminare, edificare, confessare. Tre prospettive chiarissime e insite nella vocazione stessa della Chiesa. Camminare, ovvero pellegrinare nella Storia. Edificare, ovvero santificare. Confessare, ovvero testimoniare Cristo. Pellegrinare nella storia non vuol dire seguire la storia o essere nella storia, bensì essere sì nella storia ma non della storia. Vuol dire avere dinanzi a sé l’obiettivo della meta da raggiungere, una meta che è al di là della storia. Il pellegrinare è sì nella storia ma ciò che si deve raggiungere è oltre la storia, ed è il compimento del Regno di Dio, il raggiungimento della pienezza della vita eterna, è la conquista del Paradiso.

Corrado Gnerre

Dinanzi a coloro che hanno manifestato qualche perplessità in merito all'opportunità della rinuncia di Benedetto XVI c’è chi ha parlato di “papalini” che hanno avuto la pretesa di mettersi al di sopra del papa. Come se non essere eventualmente d’accordo su atti che non coinvolgono l’infallibilità del Sommo Pontefice possa essere letto come un rifiuto dell’autorità dello Stesso

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Gesù all’Ultima Cena invitò solo i Dodici e non tutti i suoi discepoli, i quali erano almeno settantadue (cfr. Luca 10). Fu proprio in quell’occasione che il Signore istituì due sacramenti importanti: l’Eucaristia e l’Ordine. Dunque, fu proprio in quell’occasione che Gesù ordinò gli Apostoli ‘sacerdoti’; sacerdoti nella pienezza, quindi ‘vescovi’. In funzione delle parole di Cristo: “(…) fate questo in memoria di me”(Luca 22,19), gli apostoli -e i vescovi loro successori- hanno il potere di creare nuovi ministri “dispensatori” dei ministeri di Dio (cfr.Corinzi 4,1), ovvero i presbiteri.

Corrado Gnerre

Gesù non ebbe solo dodici discepoli, ma almeno settantadue come ci attesta il Vangelo di san Luca al capitolo 10. Ciò vuol dire chiaramente che Gesù volle strutturare gerarchicamente la sua Chiesa. Parliamo adesso della volontà di Gesù di istituire l’episcopato.

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Vi è una convinzione abbastanza diffusa: la Chiesa cattolica ha una sua struttura ben precisa, una sua gerarchia, eppure nei Vangeli tutto questo non si vede. Ciò dimostra che non c’è continuità tra Gesù e la Chiesa. Tale convinzione è però tanto diffusa quanto falsa. I Vangeli bisogna saperli leggere. Certo, se noi volessimo trovare in essi parole come “gerarchia”, “vescovo”, “prete”… non le troveremmo mai. Eppure le realtà che sottendono queste parole sono presenti nei Vangeli.

Corrado Gnerre

Per capire quanto Gesù abbia voluto un capo per la Chiesa basterebbe ricordare l’episodio di Cesarea di Filippo allorquando Gesù dice a Simon Pietro: “Ed io ti dico che tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa...A te darò le chiavi del regno dei cieli, e quanto tu legherai sopra la terra, sarà legato nei cieli, e quanto tu scioglierai sopra la terra sarà sciolto nei cieli.” (Matteo 16, 18-19)

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